Sanremo come il Gattopardo: «Cambiare tutto per non cambiare niente»

Saranno i promo di Netflix che, nei break pubblicitari, annunciano l’uscita della serie «Il Gattopardo», ma il Festival di Sanremo 2025 somiglia molto al celebre «cambiare tutto per non cambiare niente». Il ritorno di Carlo Conti alla conduzione del principale evento della televisione italiana, capace di condizionare un’intera industria dell’intrattenimento per una settimana, è il migliore esempio di quella forza della continuità che caratterizza un mezzo di comunicazione ancora oggi così centrale nelle vite e nei consumi di milioni di persone.
Un’inerzia mascherata da rinnovamento con cui vale la pena inevitabilmente fare i conti. Dopo cinque edizioni condotte da Amadeus, in un crescendo di successo, di ospitate, di polemiche, di sforamenti temporali nel cuore della notte, la Rai ha puntato sulla soluzione interna, sull’affidabilità aziendale di Conti, su un apparente understatement capace di zampate improvvise.
Perché proprio Conti

Il presentatore toscano è noto per la sua maniacale gestione dei tempi, quasi un vigile urbano che dirige il traffico riportando ordine; una dote non da poco per una kermesse che sullo sbraco e l’estensione infinita ha spesso costruito la sua cifra, fagocitando le canzoni in un’indistinta commistione tra gara e spettacolo.
Come un diesel, Conti parte con toni bassi, in una logica che pare più di sottrazione contrapposta a quella dell’accumulo di Amadeus, per poi ingranare di serata in serata e approdare là dove il Festival deve arrivare: allo show che affastella, che mischia alto e basso, che passa dal conflitto israelo-palestinese alle battute di Cristiano Malgioglio, da brani emotivamente forti come quello di Simone Cristicchi alla bonarietà da tv del mezzogiorno di Antonella Clerici. In un festival che molti commentatori hanno giustamente definito della «normalità», Conti riesce a veleggiare sornione tra le insidie dell’Ariston; il videomessaggio di Papa Francesco è una chicca che sembra quasi la risposta al trionfo massimo di Amadeus, quando nel 2023 invitò il presidente Mattarella. Due prime volte che danno il senso di quella smania autocelebrativa che Sanremo si trascina praticamente da sempre.
Se la prima serata ha restituito (finalmente) il senso di un concorso canoro senza fronzoli, con l’unico sussulto arrivato dalla performance energica di Jovanotti, nelle serate successive, complice la riduzione del numero delle esibizioni, lo spettacolo ha potuto permettersi maggiori divagazioni, diventando, come spesso accade, platea irrinunciabile per il lancio di fiction e programmi Rai in partenza
Ascolti e target
Depurato dalle polemiche, dai monologhi, dalla politica, il Festival 2025 procede senza scossoni, prevedibile e austero, premiato da ascolti record valorizzati anche dal nuovo recente metodo di rilevazione di Auditel che ha incluso il consumo dei contenuti televisivi attraverso pc, smartphone e tablet. Il successo tra i giovani e giovanissimi è confermato anche dalle prime puntate di questa settantacinquesima edizione; una tendenza consolidata ormai da anni grazie a una calibrata selezione di artisti amati dal target adolescenziale e che riesce davvero a coinvolgere «tutta l’Italia» come canta la sigla. Continuità e cambiamento, appunto. I due poli di una festa che è ormai uno degli ultimi riti nazionali rimasti.
Paolo Carelli - Ce.R.T.A (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi), Università Cattolica
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