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Sanremo, l’analisi dei testi tra citazioni e conflitti di coppia

Nini Giacomelli
Poco di nuovo sul palco dell’Ariston: la differenza la faranno musica, orecchiabilità e interpretazione
Un'opera di Marco Lodola dedicata a Pippo Baudo all'Ariston di Sanremo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un'opera di Marco Lodola dedicata a Pippo Baudo all'Ariston di Sanremo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Mi è difficile accostarmi al testo di una canzone senza avere come base la melodia su cui quella canzone si apre, si estende, vola. Mi è difficile anche perché la musica, pur in mezzo alle zoppie metriche alle quali da tempo nessuno più sembra fare caso, è spesso un buon supporto all’assenza di contenuto di alcuni testi. E mi è ancora più difficile se le parole sono quelle delle canzoni del Festival di Sanremo, per lo più confezionate per quella kermesse.

Con poche eccezioni, le canzoni sono firmate da una marea di autori, tutti aspiranti alla qualifica di «sanremesi». Le eccezioni? Patty Pravo, che però è lei stessa un’opera d’arte e si presenta con testo e musica di Giovanni Caccamo; Levante, che dà del suo; Raf, che divide penna e note con il figlio.

Li ho letti con interesse i testi, non da maestrina armata di matita rossa e blu ma da osservatrice, perché ritengo che nel loro insieme questi scritti ci raccontino ogni anno l’evoluzione (o l’involuzione) dei nuovi linguaggi canori. Non tutti passeranno alla storia, ma molti passeranno all’incasso sull’onda del successo di qualche ritmo azzeccato da tormentone estivo. Altri finiranno inesorabilmente nel dimenticatoio. In aggiunta al numero infinito di autori che rende le presentazioni dei brani più lunghe dei brani stessi, ovunque ho trovato citazioni più o meno volute da canzoni note, dai «sorrisi dentro al pianto» ai «sei nell’anima». La mia esperienza di lavoro presso i Servizi Sociali di una Asl mi fa dire che alcuni testi assomigliano alle schede, spesso asettiche, delle sedute di psicoanalisi: conflitti di coppia a palate, qualche raro pensiero su dove andremo a finire, molti «io e te», «tu e io». Tutti argomenti che funzionano alla perfezione, visto che nessuno è o è stato esente da chagrin d’amour.

La differenza la faranno la musica, l’orecchiabilità del ritornello e l’interprete. Penso alla vocalità di Arisa, che può fare miracoli anche con un testo così così; all’ecletticità di Serena Brancale, capace di ritmo incalzante e coinvolgente; a Tommaso Paradiso, a Fulminacci (non nuovo al palco dell’Ariston, dove si è esibito nel 2019 per il Premio Tenco); a Nigiotti, a Ermal Meta: tutti hanno qualcosa da dare, a livello di testi e di musica, anche se pochi sanno rimanere estranei alla «ricetta Sanremo». Come ogni anno abbondano i figli d’arte, e anche questa sembra una condicio sine qua non, ma direi che i loro testi non hanno grande spessore letterario. In fin dei conti, il mercato discografico è appunto un mercato. Lo spettacolo che viene offerto e garantito è come sempre deve essere: nazional popolare. Legata come sono al mondo cantautoriale, faccio fatica a ritrovarmi in questi nuovi alfabeti, nei quali la poiesis è relegata più a capacità imprenditoriali promozionali che non alla qualità della scrittura.

Chiudo citando un verso del bresciano Renga, anche lui presente con una canzone elaborata da una nutritissima schiera di autori: «forse non so perdonare il tempo che cambia le cose».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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