Ricordando padre Dall’Oglio, profeta del dialogo in Siria

Il gesuita romano scomparse il 29 luglio del 2013. Fu visto l’ultima volta nella città di Raqqa per mediare con i leader jihadisti il rilascio di alcuni prigionieri. Ad oggi ci sono ancora perplessità sulla sua morte
Una foto di padre Paolo Dall'Oglio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una foto di padre Paolo Dall'Oglio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Ebbi il piacere di moderare padre Paolo Dall’Oglio – di cui oggi si ricorda la scomparsa avvenuta nel 2013 – in una conferenza rivolta agli studenti degli istituti superiori della Valle dell’Agno, nel Vicentino. Qualche mese prima, il gesuita romano era stato espulso dalla Siria dal presidente Bashar al Assad, di cui era un feroce oppositore. All’epoca di Siria si sapeva poco, e lui tenne una lezione interessantissima, utilizzando una mappa per far capire dove si trova il Paese e ricostruendone la storia, per spiegare ai ragazzi che niente succede per caso.

Un paio di giorni dopo, partecipò a un’altra conferenza a Vicenza, stavolta aperta al pubblico, e lì non risparmiò critiche al governo siriano e alla comunità internazionale sostenitrice di un regime che sistematicamente violava i diritti umani. Parlò da uomo libero, sempre dalla parte del popolo siriano, che dal marzo 2011 manifestava disarmato contro l’oppressore (poi la ribellione repressa diventerà guerra, prima civile, poi alimentata da foreign fighter di varia provenienza, fino alla caduta di buona parte del Paese nelle mani dello Stato Islamico).

Trasferitosi da giovane a Beirut, in Libano, per studiare la lingua araba ma, soprattutto – come amava dire – per «farsi arabo» padre Dall’Oglio divenne, a partire dal 1982, una figura di riferimento per il dialogo inter-religioso. Fu in quell’anno, infatti, che scelse di far restaurare il monastero cinquecentesco di Deir Mar Musa al Habachi (San Mosè l’abissino, ndr) a Nabek, nel deserto del Qalamum, a nord della Siria, un centinaio di chilometri da Damasco. Vi fondò la sua comunità monastica basata sul principio della convivenza. In quel luogo, attirati dal suo carisma, uomini e donne di tutte le fedi hanno pregato e vissuto fianco a fianco.

Ma quel suo spingersi troppo in là con le parole in merito alla situazione nella quale la Siria stava precipitando, è probabile abbia segnato il suo destino. Ripartito dall’Italia con l’intento di recarsi clandestinamente nel Kurdistan iracheno, scomparse proprio il 29 luglio. Fu visto per l’ultima volta a Raqqa – città che poi sarebbe diventata la roccaforte dello Stato Islamico – per mediare con i leader jihadisti il rilascio di alcuni prigionieri, e per cercare notizie sul sequestro di due arcivescovi, il siro-ortodosso Gregorius Yohanna Ibrahim e il greco-ortodosso Paul Yazigi.

La città allora era in aperta rivolta contro Assad; molti dei manifestanti aderivano all’Esercito Siriano Libero. Ero entrata in Siria il mese precedente, agli inizi di giugno, e avevo raggiunto il quartier generale dell’ESL, nei dintorni di Aleppo. Era formato per lo più dai figli di coloro che in passato avevano combattuto contro al-Assad senior, e rispettavano quel gesuita che consideravano uno di loro, e non solo perché conosceva il Corano meglio degli stessi musulmani. Apprezzato da molti, sgradito ad altri.

Il rapimento da parte dei miliziani islamisti a tutt’oggi resta la versione più accettata, ma le perplessità non mancano. Ci si chiede perché Isis non ne abbia mai rivendicato il sequestro, pur sapendo che ne avrebbe ottenuto grande visibilità. Non dimentichiamo quanto fu sofisticata la macchina della propaganda del Califfato, con esecuzioni di prigionieri in diretta. Sembra strano si sia lasciato scappare un’occasione così «ghiotta».

Un’altra ipotesi è che padre Paolo sarebbe stato ucciso subito e, un’altra ancora, che sarebbe stato prelevato per essere poi consegnato alle autorità siriane. Il che mischia del tutto le carte. In questi dodici anni, si sono alternate notizie mai confermate come la più recente che parla del presunto ritrovamento del suo corpo in una fossa comune, o la sua presenza, nel 2019, nel carcere siriano di Adra. Una delle famigerate prigioni di Assad tra le cui mura sono sparite migliaia di dissidenti politici, alcuni dei quali liberati dalle forze di opposizione dell’Hts, l’Hayat Tahrir al-Sham guidato da Abu Mohammed al Golani (poi auto-proclamatosi presidente), che hanno fatto cadere il regime. Poter accedere a luoghi e informazioni prima impenetrabili ha un po’ riacceso la speranza di poter arrivare alla verità.

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