Quesito tecnico sulla magistratura, ma la politica prende il sopravvento

È abbastanza evidente, a una manciata di giorni dal referendum costituzionale del 22-23 marzo sulle carriere dei magistrati e sul Csm, che ormai la disputa abbia quasi del tutto abbandonato il piano del merito per approdare sulle rive della politicizzazione.
Ne abbiamo già parlato giorni fa: le notizie che vengono dall’estero e la preoccupazione (più che fondata) per la nostra economia sovrastano ormai gli aspetti molto tecnici della riforma.
Senza contare che (al netto di interventi di grande valore, da parte di addetti ai lavori e di politici che hanno l’onestà morale di non ricorrere mai alla propaganda ma di spiegare limpidamente e con convinzione profonda le ragioni del sì e quelle del no) il novanta per cento del confronto sui mass media e sui social network è ormai fatto di slogan, se non di insulti e di esempi totalmente fuorvianti, con un uso perverso di fatti di attualità che con la riforma non hanno nulla a che spartire.
Se dunque ci si è messi sul piano politico, non stupisce che persino la premier si sia esposta parecchio sul versante del sì, anche se con la premessa che in ogni caso il governo non risentirà di un’eventuale vittoria del no (cosa non vera: l’affermazione del sì renderà invincibile la maggioranza, proiettandola verso un inevitabile successo alle politiche del prossimo anno, mentre la vittoria del no non farà cadere l’Esecutivo ma renderà molto meno rosee le prospettive future della destra).

Persino la polemica sulla canzone vincitrice di Sanremo è talmente miseranda da essere la cartina di tornasole di una campagna brutta, sporca e cattiva, nella quale ogni tanto qualcuno finisce per andare sopra le righe e scoprire le carte delle proprie intenzioni reali, salvo poi fare marcia indietro perché, come cantava Milly negli anni Trenta dello scorso secolo, «si fa, ma non si dice».
In questo confronto ascoltiamo dunque le voci del sì e quelle del no, sotto forma di appello politico che si traduce in un sostegno o in un rigetto dell’attuale governo. Però l’impressione è che, mentre la maggioranza si sia esposta doppiamente - prima facendo la riforma e votandola da sola, poi imbastendo la propria campagna referendaria - le opposizioni abbiano quasi sempre giocato di rimessa, peraltro scontando la presenza di esponenti dei partiti centristi e di settori del Pd schierati per il sì. Insomma, l’impressione è che la partita possa essere equilibrata, ma anche che un solo polo abbia al suo interno una reale «dissidenza»: il centrosinistra, nel quale la pluralità di opinioni si contrappone alla falange macedone del centrodestra.
Se vincesse il sì o il no, non ci sarebbe comunque da sorprendersi, ma in questo secondo caso a prevalere sarebbe sostanzialmente il «voto per differenza», come del resto è sempre successo alle politiche (nessuno ha mai vinto due elezioni di seguito, perché gli italiani hanno sempre cambiato polo più per stanchezza di quello in auge che per i programmi altrui).
Se invece vincesse il sì, sarebbe anche grazie all’apporto - che potrebbe rivelarsi fondamentale - degli esponenti di centrosinistra favorevoli alla riforma, i quali paiono più concentrati sul merito rispetto a quelli del «sì per schieramento». Insomma, avremo un risultato al limite della casualità, senza nesso logico col merito del contendere e che verosimilmente offrirà agli esponenti politici di entrambi gli schieramenti mille interpretazioni possibili da utilizzare vantaggiosamente. Una competizione dove c’è chi vince e c’è chi perde non è fatta per un Paese dove, come diceva Flaiano, la linea più breve fra due punti è un arabesco.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
