Poco prima che Leone XIV si trovasse in settimana all’Università la Sapienza ad invitare i giovani ad essere «Artigiani di pace», giungeva un nuovo avvertimento del Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) in merito alle ordinazioni episcopali senza mandato pontificio, previste per il prossimo 1 luglio.
Ennesima circostanza che riapre una ferita mai davvero sanata nel cattolicesimo contemporaneo. A quanto pare, non si tratta soltanto di un richiamo disciplinare. Dietro la questione della «Messa antica» e della «false dottrine» del Concilio Vaticano II si trova un problema teologico (e politico) più profondo: in che cosa la Chiesa cattolica identifica il fondamento della sua unità?
La FSSPX, fondata da Marcel Lefebvre, sostiene con decisione di voler custodire la «Tradizione cattolica» in un tempo di smarrimento dottrinale. Dal proprio punto di vista, le consacrazioni episcopali irregolari rappresentano un gesto necessario per garantire continuità sacramentale e fedeltà al vero cattolicesimo. La Santa Sede, invece, considera questa scelta concreta un atto gravemente lesivo dell’unità ecclesiale, perché un vescovo cattolico non è semplicemente il custode di una dottrina o di un rito: è parte di una comunione visibile che include il rapporto con il successore di Pietro.
Ed è proprio su questo che la vicenda assume una portata storica e teologica più ampia. Già nel II secolo sant’Ireneo di Lione, indicava nella successione dei vescovi e nella Chiesa di Roma un criterio per riconoscere la continuità della fede apostolica contro le derive gnostiche. Non esisteva ancora la dottrina del papato, definita nei secoli successivi, ma era già presente la convinzione che la fede cristiana non potesse ridursi a un insieme di interpretazioni autonome o private di tipo dottrinale.
Je vous pose simplement la question. Elle m’a d’ailleurs été posée par un prêtre de la Fraternité Saint-Pierre, qui y a lui-même répondu : les promesses de 1988, contenues dans le motu proprio Ecclesia Dei adflicta, ont-elles été tenues ? Non, effectivement, elles ne l’ont pas… pic.twitter.com/GaqBWFrwLY
— FSSPX Actualités (@FSSPXFR) May 20, 2026
Poi sant’Agostino sviluppò questo tema nella lotta contro i donatisti. A suo giudizio Pietro era, anzitutto, simbolo dell’unità della Chiesa. La sede episcopale romana non veniva indicata prioritaria in quanto istituzione politica, ma come un principio visibile di comunione in Cristo, capace di impedire al cristianesimo di frammentarsi in gruppi convinti ciascuno di possedere la purezza autentica.
Anche san Tommaso d’Aquino, molti secoli dopo, avrebbe insistito su questo principio visibile di unità. Il primato petrino non nasce teologicamente in una logica di dominio, ma in quella di custodire la comunione ecclesiale fra le diverse comunità cristiane.
Ora, c’è da dire che la critica mossa dalla Fraternità San Pio X al cattolicesimo attuale intercetta problemi reali del post-concilio Vaticano II: crisi liturgiche, controversie teologiche, perdita di testimonianza di vita cristiana. Liquidare un simile critica come pura espressione di una nostalgia reazionaria sarebbe troppo sbrigativo e disonesto. Tuttavia, altro è esercitare legittime critiche in ambito teologico, altro è attribuire a sé stessi il diritto autoreferenziale di decidere quando la comunione con il successore di Pietro possa essere sospesa in nome della «Tradizione cattolica».

La questione spinosa posta dalla FSSPX è davvero ecclesiologica: la Chiesa è un insieme di sensibilità spirituali unite da una memoria comune, oppure una comunione concreta che richiede anche un principio visibile di unità? La storia più tradizionale del primato petrino, da Ireneo ad Agostino e Tommaso, mostra come il cattolicesimo abbia sempre cercato di tenere insieme entrambe le dimensioni dell’unità: fedeltà alla Tradizione di fede (che non si esprime solo nei linguaggi dottrinale e liturgico) e comunione ecclesiale concreta introno al papa. Ritener saggio lo scinderle non pare essere in sintonia con quella «Tradizione» che si suppone, magari in buona fede, di difendere.



