Opinioni

Quel muro insozzato che infanga la memoria

Dopo le svastiche in centro storico a Brescia: «Non è solo un muro imbrattato, è una ferita che torna a sanguinare al solo pensiero che ci sia qualcuno capace di un così grave oltraggio alla memoria collettiva»
Nunzia Vallini

Nunzia Vallini

Direttrice

La fontana imbrattata in via Trieste - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
La fontana imbrattata in via Trieste - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Chi traccia svastiche sui muri non solo colpisce il passato, ma sfida il presente e minaccia il futuro. E se lo fa sui muri simbolo di una città, lo fa per provocare. Troppo facile parlare di «atti vandalici»: chiunque sia stato è nemico della democrazia e della convivenza civile.

Non è solo un muro imbrattato, è una ferita che torna a sanguinare al solo pensiero che ci sia qualcuno capace di un così grave oltraggio alla memoria collettiva. La svastica comparsa la notte scorsa in piazza della Loggia – peraltro non isolata, ma preceduta da simboli gemelli su altri luoghi simbolo della città – è una provocazione alla coscienza civile di una città che da cinquant’anni custodisce il ricordo di una ferita mai del tutto rimarginata.

Che sia stata tracciata da mani incoscienti (nel senso letterale del termine, ovvero prive di coscienza di sè e delle conseguenze delle proprie azioni) o invece ben consapevoli, lo diranno le indagini che speriamo veloci e fruttuose. In ogni caso è gesto da stigmatizzare. Perché piazza della Loggia non è una piazza qualunque: è il luogo simbolo di Brescia, il teatro di una delle stragi più oscure e sanguinose della storia repubblicana.

Era il 28 maggio 1974 quando una bomba, piazzata durante una manifestazione antifascista, spezzò otto vite e ne ferì oltre cento. Da allora, quella piazza non è più solo uno spazio urbano, ma un monumento vivente al dolore e alla resistenza e responsabilità democratica di chi ha scelto di pretendere giustizia e mai vendetta. La svastica disegnata sopra il bassorilievo del monumento alla Bella Italia, che ricorda i caduti delle Dieci Giornate, si affaccia al porticato della Loggia di Brescia e fa da ala alla stele che elenca le vittime del 28 maggio. Non è realistico pensare ad innocua nostalgia di ideologie morte, semmai è il segnale inquietante di una provocazione, di un neofascismo che vuole farsi sentire dopo essersi nutrito di vuoti educativi, di rabbia sociale e di una memoria troppo spesso piegata alla convenienza del momento.

Le svastiche comparse in centro a Brescia
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Le svastiche comparse in centro a Brescia

Offendere piazza della Loggia significa oltraggiare le sue vittime e i valori che la manifestazione di cinquant’anni fa, poi finita nel sangue, voleva invocare con il suo no alla violenza fascista. Se le svastiche tornano sui muri di una città come Brescia, se arrivano a macchiare il suo cuore già così pesantemente ferito, significa che il tessuto democratico non è così saldo come vorremmo. Significa che qualcosa non sta funzionando. Che l’asticella della tensione politica e sociale si sta pericolosamente alzando.

Doverose ma insufficienti le indignazioni bipartisan della politica. Serve fare di più. A scuola, nei luoghi della cultura, nelle parole della politica, nei discorsi quotidiani. Forse abbiamo abbassato la guardia. Forse abbiamo alzato troppo i toni. Sta di fatto che le svastiche, sporche, minacciose ed oltraggiose, sono lì a ricordarci che l’odio non muore mai da solo. Servono a poco le condanne, se rituali. Serve ricordare ogni giorno – e non solo nelle cerimonie – che il fascismo non è un’opinione, ma un crimine contro la democrazia. Che Brescia non si fa intimorire da chi vuole rievocare vecchi fantasmi con una bomboletta spray. Che piazza della Loggia non è – e non sarà mai – di chi la insozza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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