Nel calcio vale una regola implacabile, ma sana: mister che sbaglia, si cambia. In politica questa regola vale sì e no. È valsa fino a quando il destino del segretario era nelle mani della base del partito. Tutto è cambiato da quando è diventato il comandante in capo dell’«azienda»: ne detiene leve di comando e risorse finanziarie. Diversamente dal mister del calcio, non ha nessuno cui debba rispondere della sua attività. O meglio, dovrebbe rispondere a dirigenti e iscritti – ma il partito ormai ha le armi spuntate.
Le hanno spuntate i dirigenti, che sono dei non eletti, ma dei nominati e quindi con le mani legate. Al capitano devono la loro nomina, la loro carriera, il loro destino. Le hanno spuntate anche gli iscritti. Questi non soltanto sono sempre meno di numero, causa il crescente disamore che anima i cittadini verso la politica (fenomeno, questo, parallelo e complementare alla diserzione degli elettori dalle urne), ma anche perché chi non è d’accordo col capo, di fronte alla difficoltà di combatterlo tende a lasciare il partito.




