Protesta e partecipazione, il ritorno della piazza

Una delle novità collegate alle molte manifestazioni collettive degli ultimi mesi è la riappropriazione fisica (non senza polemiche), da parte di un significativo numero di persone, degli spazi pubblici con lo scopo di esprimere consenso o dissenso, conflitto o solidarietà. Lo scenario privilegiato di queste mobilitazioni torna ad essere la piazza, un luogo che forse più di ogni altro comunica plasticamente alcune trasformazioni che hanno interessato la nostra società e il rapporto con la partecipazione civica e politica. Del resto, le piazze raccontano la storia dei contesti urbani e vivono del forte intreccio tra memoria del passato, attenzione al presente e proiezione nel futuro così come di spontaneità e di controllo, di emozioni positive (feste, ricorrenze) e negative a volte, purtroppo, anche violente.
Un fatto degli ultimi decenni è l’avvenuto svuotamento della piazza come spazio fisico e simbolico, prima tradizionale e d’impronta religiosa e poi di tipo politico (come lo è stato per larga parte del Novecento). La piazza vive la crisi differenziata dello spirito dell’urbs e della civitas che aveva i suoi perni ancora una volta simbolici e fisici nel mercato pubblico, nel municipio e negli edifici religiosi.
La piazza sconta quello che Zygmunt Bauman chiamava «il sopravvento dell’homo consumens sull’homo politicus» e diventa principalmente parcheggio, area di transito, ambiente della movida, sede di eventi, zona videosorvegliata, dove anche il commercio minuto implode, i mercati settimanali soffrono e le grandi strutture dello shopping standardizzato avanzano, con la vita sociale che cambia e si sposta altrove.
Se la politica tradisce, le piazze si accendono https://t.co/6lg45ylviN
— Repubblica (@repubblica) October 13, 2025
E forse non è un paradosso che i luoghi virtuali (si pensi alle arene del web) e artificiali del consumo, dello svago e del divertimento cerchino di appropriarsi dell’immagine della piazza e di ricreare alcune sue condizioni anche se all’interno di una dimensione scenografica che, seppure pubblica, rimane di proprietà privata. Sul versante socio-politico solo un paio d’anni fa il sociologo Filippo Barbera nel suo libro «Le piazze vuote» cercava di spiegare i motivi per cui la piazza come luogo fisico e metaforico ha perso centralità soprattutto in Italia (la culla delle piazze) rispetto ad altri Paesi europei.
Oggi l’improvvisa riscoperta della piazza pone non poche questioni sulla capacità della politica istituzionale e alla stessa società civile organizzata di gestire e di affrontare le istanze, anche conflittuali e non prive di contraddizioni, che da essa arrivano. Istanze che indirettamente segnalano l’assenza di spazi «altri» in cui condividere posizioni politiche, sociali e culturali e che certificano, ancora una volta, la crisi di quelli tipici della politica partitica tradizionale.
Pur nelle loro incongruenze i processi in atto mostrano, da una parte, che le piazze rimangono i luoghi pubblici identificativi delle città, dei grandi e dei piccoli centri in cui ritrovare tracce di comunità (oltre l’homo consumens) attraverso l’incontro e il confronto. Dall’altra parte, le piazze, ancora oggi, liberano energie inedite che richiedono (dopo e oltre le manifestazioni) di essere incanalate in nuovi spazi e percorsi di elaborazione e di partecipazione che però faticano a prendere una forma stabile e duratura.
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