Una delle novità collegate alle molte manifestazioni collettive degli ultimi mesi è la riappropriazione fisica (non senza polemiche), da parte di un significativo numero di persone, degli spazi pubblici con lo scopo di esprimere consenso o dissenso, conflitto o solidarietà. Lo scenario privilegiato di queste mobilitazioni torna ad essere la piazza, un luogo che forse più di ogni altro comunica plasticamente alcune trasformazioni che hanno interessato la nostra società e il rapporto con la partecipazione civica e politica. Del resto, le piazze raccontano la storia dei contesti urbani e vivono del forte intreccio tra memoria del passato, attenzione al presente e proiezione nel futuro così come di spontaneità e di controllo, di emozioni positive (feste, ricorrenze) e negative a volte, purtroppo, anche violente.
Un fatto degli ultimi decenni è l’avvenuto svuotamento della piazza come spazio fisico e simbolico, prima tradizionale e d’impronta religiosa e poi di tipo politico (come lo è stato per larga parte del Novecento). La piazza vive la crisi differenziata dello spirito dell’urbs e della civitas che aveva i suoi perni ancora una volta simbolici e fisici nel mercato pubblico, nel municipio e negli edifici religiosi.




