La politica e la piaga dell’immobilismo

Mario Mazzoleni
Quella che un tempo veniva definita modalità sistemica e che doveva connaturare l’orientamento gestionale, oggi spesso rimane più un auspicio che un concreto modus operandi
Palazzo Montecitorio - Foto Ansa/Alessandro Di Meo
Palazzo Montecitorio - Foto Ansa/Alessandro Di Meo
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Capita di associare il ruolo manageriale o imprenditoriale a descrizioni che sembrano più frasi fatte che sostanziali elementi in grado di descrivere ruoli e spazi d’azione. A volte si usano frasi lapidarie per indicare modi attraverso i quali ci aspettiamo operino i leader.

In questi ultimi anni assistiamo a un utilizzo analogo anche con riferimento ai personaggi che occupano ruoli vertice nella politica nazionale ed internazionale. Così, sia sul fronte della gestione e della governance aziendale sia riferendoci agli indirizzi e ai risultati della gestione dello Stato e degli enti territoriali, finiamo col concentrarci più su ciò che indica l’approccio piuttosto che analizzare l’effetto del fare.

Un esempio che, in un certo senso, subiamo in molte delle nostre imprese, è quello che porta manager ed imprenditori a dimostrare le proprie «qualità» attraverso un’esasperazione del proprio io.

Quella che un tempo veniva definita modalità sistemica e che doveva connaturare l’orientamento gestionale o strategico dei vari soggetti chiamati a guidare le imprese, oggi spesso rimane più un auspicio che un concreto modus operandi. Così in azienda si finisce con il dover dedicare più tempo a sanare conflitti tra ego iper alimentati, piuttosto che occuparsi di seguire, passo dopo passo, ciò che le decisioni determinano e, soprattutto, rinunciando a timonare le imprese verso obiettivi imposti dalla contingenza.

Così è in campo politico laddove la competizione tra partiti esaspera la necessità di mostrarsi capaci di affermare soluzioni anche quando, oggettivamente, mancano competenze o semplicemente informazioni che possano aiutare a scegliere. In questa fase storica questo approccio sta generando presupposti molto preoccupanti per il futuro.

Dichiarazioni roboanti su innovazione, sull’utilizzo di tecnologie abilitate dall’intelligenza artificiale, su prospettive futuribili in campo formativo etc. dei vari politici più impegnati a diffondere ricette piuttosto che analizzare, collettivamente, lo stato dell’arte su ognuna di queste tematiche, magari definendo, congiuntamente, delle priorità di intervento e soluzioni adeguate per generare cambiamento, si sta traducendo in un concreto immobilismo su tutti i fronti.

La politica delle dichiarazioni, che ha sostituito quella delle realizzazioni, rischia di zavorrare il paese esattamente come succede nelle imprese quando prende il sopravvento la necessità di dichiarare il proprio io.

La differenza sostanziale è che nelle aziende, prima o poi, il mercato o il board davanti a dati oggettivi possono richiamare all’ordine, nella politica la memoria è corta sia che si parli di pensioni, di grandi opere infrastrutturali o di interventi in grado di orientare lo sviluppo del paese rinforzando l’immobilismo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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