Andrea Granelli: «Il mondo ha bisogno di guide, non di leader»

«La leadership tradizionale, erede delle business school anglosassoni, ha esaurito la sua spinta», si legge questo nella quarta di copertina del libro di Elena Granata e Andrea Granelli «Anima mediterranea. La leadership come arte della guida» (Luca Sossella editore, 208 pp, 14 euro). E proprio da questa concezione si sviluppa il volume. Un’analisi sulle figure dei leader e delle guide, e sulla loro attualità. Con un’ottica diversa, con gli «occhi del Mediterraneo». Non solo categoria storica e geopolitica, ma matrice culturale. Di tutto questo abbiamo parlato con uno degli autori, Andrea Granelli.
Signor Granelli, partirei dal titolo, cosa intende con «Anima mediterranea»?
Devo partire per forza da una riflessione generale: quando il mondo cambia servono modelli di leadership diversi. Noi oggi siamo debitori di una macchina formativa che si rifà al mondo anglosassone e alle business school, un modello puritano. La tesi del libro è che questa dimensione non è più sufficiente per affrontare la complessità del mondo: lo stiamo vedendo anche in maniera distorsiva con i comportamenti americani. L’idea è quindi quella di ricostruire un modello di competenze che attinge ai valori del Mediterraneo, alla sua storia. C'è stata una frase molto bella del poeta francese Paul Valéry che ci ha ispirato: «Il Mediterraneo è un dispositivo per creare civiltà». Ecco, questo è l'anima. Quella serie di competenze, valori e attitudini soft che poi vanno a naturalmente a guidare anche le competenze più rare: la finanza, la tecnologia, l'organizzazione.
Quando parla di Mediterraneo non fa riferimento solo all’aspetto geografico. C’è anche quello culturale.
Non è un luogo, è un insieme di luoghi, un insieme di storie, una stratificazione di popolazioni e di culture. È la sommatoria di tante cose che caratterizzano la vita dell'essere umano, che a nostro modo di vedere non sono solo una constatazione storica, ma sono un'occasione importante per rifondare. In questo momento ci sono grandi dubbi sui modelli autoritari, allora guardare indietro al Mediterraneo non è nostalgia. È un processo ispiratore. Il Mediterraneo è anche un luogo di conflitti e di diversità, che però vengono integrati in maniera intelligente.
Ma che differenza c’è tra un leader e una guida?
È necessario precisare che sono sempre parole a cui assegniamo significati. Noi abbiamo fatto nostra la parola inglese leader, ma se lo diciamo in tedesco è führer, se lo diciamo in russo è zar, se lo diciamo in latino è dux. Non sono parole che evocano cose piacevoli. La guida invece cosa evoca? Prima di tutto la guida alpina, che sta davanti, che batte la strada, ma a volte sta anche indietro per aiutare gli ultimi, per evitare che qualcuno si perda. È legata alla squadra, è solidale. La parola guida è più adatta per descrivere la persona che conduce. La guida non rappresenta l’uomo solo al comando. Invece oggi, soprattutto col modello americano che sta ridefinendo anche la geopolitica, l’uomo solo al comando è completamente sdoganato. Pensiamo a Elon Musk: di un'azienda così importante come Tesla conosciamo solo lui, sembra non avere collaboratori. Ricordiamoci allora di Olivetti: sappiamo molto di chi lavorava con lui, non era solo Adriano. Al di là del gioco di parole credo che una guida si faccia carico della propria squadra e non è sola al comando.
Oltre a Olivetti nel libro ci sono altri modelli che prendete come riferimento.
Molto volte quando si parla di competenze e di valori è più facile identificare delle figure che in qualche modo li rappresentano, perlomeno in parte. Abbiamo pensato a Leonardo come grande scienziato e grande artista. Olivetti è stato un grande innovatore che però ha saputo anche conciliare la difesa degli ultimi, il rapporto coi territori, i piani regolatori e le fabbriche create per le persone. Poi papa Francesco, conosciuto recentemente, che non serve commentare. Sono tre esempi di come secondo noi l'anima mediterranea si esercita. Non sono gli unici ma aiutano a spiegare meglio il concetto vedendolo in azione. Tra l'altro vorrei sottolineare che tutti e tre non sono nati sulle coste del Mediterraneo e questo è un altro concetto importante: le cose si ereditano e l'eredità è un concetto che si conquista non è un fatto biologico o razziale.
Quanto è importante oggi la cultura nei modelli di leadership?
Oggi si parla molto di soft skill e purtroppo in italiano la parola soft riconduce sempre a qualcosa di leggero, meno importante. Invece no, rappresentano lo strato simbolico fondamentale. È come se noi rimettessimo al centro le discipline umanistiche, cioè quelle che caratterizzano l'essere umano soprattutto nei tempi della tecnologia e dell'intelligenza artificiale, che sta anche confondendo che cos'è umano e cosa non lo è. La cultura è centrale: alla fine un manager è un «people manager»: è innanzitutto un gestore di risorse e se non conosce l'essere umano come fa a gestirle? Le può comandare, ma allora parliamo di generali e soldati.
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