Pinocchio, una metafora adolescenziale che serve ancora

In un tempo in cui sono pochi gli adulti che leggono fiabe ai bambini quando li mettono a letto e farli incantare, colpisce non poco che vi sia un libro famoso come «Le avventure di Pinocchio» che continua ad essere utilizzato da grandi e piccini.
Un racconto fiabesco e non una fiaba, ma che parla della vita e della crescita, dell’esplorazione del mondo e dei pericoli che si incontrano e di cui Vittorino Andreoli scrive: «È una favola che va dentro il bambino… come si trattasse di un archetipo».
Penso anch’io la stessa cosa perché l’avventura del burattino di legno è una vera e propria metafora della vita adolescenziale con le sue trasformazioni possibili e complesse. Pinocchio rappresenta il fanciullino che scalpita inquieto e curioso, desideroso di diventar grande, uomo responsabile e capace di cavarsela da solo mentre invece resta bloccato a lungo nella sua forma di burattino.
Ben vengano allora le occasioni di tornare a parlare di questa storia, rileggerla in una versione illustrata o rivederla rinnovata in una nuova edizione cinematografica. Più ancora può servire a grandi e piccini, il farsi coinvolgere in un avventuroso percorso immersivo come quello ideato dalla Torre delle Favole di Lumezzane che da febbraio al prossimo maggio, ripropone le avventure del burattino di legno.
Perché il personaggio di Collodi, memorabile, è ancora ricco di significati e aspettative nonostante sia datato nel tempo. Un burattino incorreggibile e bugiardo che attrae e meraviglia, irrita e sconforta per la sua imprudenza e per l’impulsiva sregolatezza che, del resto, è sempre uguale in ogni adolescente.
L’autore, pedagogo del suo tempo, come cura suggerisce punizioni e castighi che però non sortiscono alcun effetto. Ma al di là della teoria educativa decisamente datata e strettamente connessa con il pensiero positivista dell’Ottocento, il Pinocchio-bambino inquieta per la sua ingenuità che troppo spesso lo mette nei guai. Irrita non poco la sua esuberanza che lo pone di fronte a imprese rischiose da cui non trae insegnamento.
Ma è la storia sempre uguale dell’ambivalenza adolescenziale che da una parte spinge verso il cambiamento e la trasgressione e dall’altra paralizza lo sviluppo perché prevale la paura della crescita. Tra fantasia e realtà Collodi ha raccontato il desiderio di libertà e il bisogno di esplorazione. Ha narrato il rischio del disordine e il disagio della crescita ma ha anche mostrato che si tratta di una storia universale che appartiene a ogni individuo.
Poi ha anche detto dell’avventura di quel Geppetto-genitore che fatica a capire il figlio, che per correggere i suoi comportamenti scorretti sottolinea di continuo i suoi errori e vede come strumento educativo solo il sistema delle punizioni. Con cui però non si modifica nulla. Perché alla fine, anche per Collodi, quello che serve è il tempo dell’attesa, la pazienza e la fiducia.
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