Quando la forza non basta: l’illusione dell’ultimatum di Trump all’Iran

Gli ultimatum servono fondamentalmente a riaffermare la credibilità della propria posizione e a esercitare una pressione sulla controparte, inducendola ad abbandonare l’inflessibilità negoziale e ad accettare i termini del compromesso (o della capitolazione) che le viene proposto (o imposto).
L’ultimatum di Donald Trump all’Iran, che scadrà alle due di questa notte, non fa eccezione, al netto del linguaggio greve nella forma e non poco problematico nei contenuti, che delineano e giustificano violazioni del diritto se non veri e propri crimini di guerra. Trump ribadisce che la capitolazione dell’Iran deve essere totale e incondizionata; prospetta addirittura possibili «bottini di guerra» laddove gli Usa assumessero il controllo diretto del petrolio iracheno; minaccia di riportare i «bastardi» iraniani a quel «tempo della pietra» a cui, dice, essi peraltro «appartengono».
Fa leva, il presidente statunitense, sulla soverchiante superiorità di potenza d’Israele e degli Stati Uniti, che anche questo ultimo conflitto ha evidenziato. E sa di poter contare sull’ostilità diffusa, e politicamente trasversale, dell’opinione pubblica americana nei confronti dell’Iran, che nel caso del suo elettorato Maga si nutre peraltro degli stereotipi e dei pregiudizi di un suprematismo islamofobo oggi sempre più diffuso e sdoganato a Destra.
La storia c’insegna però che gli ultimatum è più facile lanciarli che farli rispettare. Che l’ossessiva ricerca della credibilità finisce per nuocere alla medesima. Che la incontestabile superiorità militare non si traduce necessariamente in primato strategico o certezza di vittoria, soprattutto in conflitti asimmetrici, dove l’avversario è spinto da motivazioni superiori (che, nel caso del regime iraniano, vuol dire la propria stessa sopravvivenza), ha una soglia di sofferenza ben più elevata, e può permettersi in ultimo di non capitolare – di non perdere – per vincere. Tutte dinamiche, queste, che gli Usa hanno sperimentato in diverse loro guerre recenti, dal Vietnam all’Iraq allo stesso Afghanistan.
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— The White House (@WhiteHouse) April 6, 2026
Se una nuova, devastante ondata di attacchi anche su infrastrutture e obiettivi civili non dovesse indurre Teheran a negoziare, allora un’ulteriore escalation diventerebbe necessaria. In una spirale nella quale diventerebbe ancor più difficile trovare una via d’uscita, i costi regionali e globali del conflitto aumenterebbero ancora di più, e l’ostilità alla guerra – dentro e fuori gli Stati Uniti – si farebbe ancora più ampia e intensa di quanto non sia già oggi. Se invece all’ultimatum non si dovesse dare corso, o l’azione risultasse poco più che cosmetica, allora la credibilità degli Usa e di chi li guida ne risulterebbe ulteriormente indebolita.
A monte agiscono le contraddizioni e i paradossi di una guerra avventata e mal pianificata. Fondata sul presupposto che il regime iraniano sarebbe rapidamente capitolato e sull’illusione, non nuova, che lo strumento bellico offra possibilità illimitate a chi beneficia di un’assoluta preminenza militare. E che ora vede Washington negoziare disperatamente il ripristino di una condizione, l’apertura dello stretto di Hormuz, che prima del conflitto non era affatto in discussione e che con la guerra voluta da Stati Uniti e Israele è invece venuta meno.
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