Opinioni

Papa Leone XIV, la Turchia e le tribolazioni di Erdogan

Il significato del primo viaggio all’estero del pontefice. Citando il predecessore ha detto: «Non può esserci pace senza libertà di religione, libertà di pensiero, libertà di espressione e rispetto per le opinioni degli altri».
Viaggio apostolico di Papa Leone in Turchia e Libano - © www.giornaledibrescia.it
Viaggio apostolico di Papa Leone in Turchia e Libano - © www.giornaledibrescia.it
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Prima Ataturk poi Erdogan. Il primo viaggio all’estero di Leone XIV è iniziato dall’Anitkabir, il mausoleo del fondatore della Repubblica turca. L’austero monumento, dove milioni di turchi, soprattutto quanti si riconoscono nella laicità, impersonata da Ataturk, seguitano negli anni ad affollarsi per omaggiarne memoria e lascito. Poi ha raggiunto Erdogan al fastoso Palazzo presidenziale, il Cumhurbaskanligi Külliyesi. La denominazione indica tutta la distanza tra il primo e l’attuale presidente.

Külliye è un complesso (vari campus universitari, ad esempio, hanno assunto questa denominazione) costruito attorno a una moschea. Ha un forte connotato religioso, nonché una valenza ottomana. Da lì il Sultano presidente governa il suo Paese con poteri di fatto assoluti. Nel luglio 2020, con un semplice decreto, riconvertì Hagia Sophia in moschea, a suo tempo (1934) fatta museo proprio da Ataturk. Leone è stato, dunque, il primo papa, da Paolo VI a Francesco - Giovanni Paolo II vi si raccolse in preghiera - a non visitare la basilica voluta da Giustiniano. Non lo ha fatto anche perché incompatibile con lo scopo principale del viaggio: commemorare il 1.700° anniversario del Concilio di Nicea, pietra miliare nella storia del cristianesimo. Occasione per rafforzare i legami tra cattolici e ortodossi.

Da Ankara, Leone ha raggiunto Istanbul. Nel suo spostarsi tra la cattedrale del Santo spirito e il Corno d’oro, con la visita alla moschea di Sultanhamet, non è passato tanto lontano dal tribunale. In quella sede saranno decise in questi giorni le sorti di Ekrem Imamoglu, deposto sindaco della città, e quelle del Partito repubblicano popolare (Chp, fondato da Ataturk), per il quale avrebbe dovuto candidarsi alle elezioni presidenziali del 2028.

Imamoglu è stato arrestato lo scorso mese di marzo. Oltre 400 esponenti del suo partito, tra funzionari dell’amministrazione comunale di Istanbul e sindaci di tante altre città eletti nelle amministrative del 2024, nelle quali il Chp è stato più votato dell’Akp (il partito di Erdogan), hanno seguito le sue sorti. Sono ben 142, e tutti pesantissimi, i capi d’accusa riversati su Imamoglu, andando dalla corruzione, all’associazione a delinquere e, persino, al terrorismo. Sommati, comporterebbero una pena detentiva per oltre due millenni. Più precisamente 2352 anni. Un ergastolo. Anzi peggio, più crudele. Perché una specifica pena può anche essere rivista, ma se spezzettata in ben oltre cento capi d’accusa, non vi è via d’uscita.

Il lungo atto d’accusa di 3.379 pagine prende di mira anche la dirigenza del Chp, sollevando il rischio di scioglimento o commissariamento.

Quanto sta succedendo da marzo ad oggi è un’ulteriore fase di un lungo processo do sgretolamento della democrazia turca. Di fatto iniziato, sotto forme più mascherate, da quando Erdogan è salito al potere nell’ormai lontano 2002.

Forme divenute più palesi quando nel 2015 la repubblica parlamentare è stata trasformata in presidenziale. Rimaneva, tuttavia, come i politologi lo definivano, un «regime autoritario competitivo». Anche se su un piano diseguale, con una opposizione fortemente penalizzata in termini di presenza sui media, dunque nella capacità di trasmettere il proprio messaggio, il pluralismo politico era operante. Ma dopo la sconfitta elettorale dello scorso anno, a Erdogan e ai suoi deve essere risultato chiaro come fosse necessario ricorrere ad altri mezzi per frenare l’ascesa del Chp. In breve, eliminare la competizione politica. Con una magistratura asservita e un sistema repressivo (di forme di protesta) di tutta efficacia, il gioco al presidente e al suo partito sta risultando relativamente facile.

Citando il predecessore, Francesco, papa Leone ha detto: «Non può esserci pace senza libertà di religione, libertà di pensiero, libertà di espressione e rispetto per le opinioni degli altri». Parole ben adatte per la Turchia di oggi.

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