Opinioni

Olimpiadi invernali, l’orgoglio nazionale 70 anni dopo Cortina

A differenza dell’edizione italiana 1956 l’attenzione si frammenta, l’emozione si anestetizza, il tempo si accorcia. Per chi arde la fiamma olimpica sotto l’Arco della pace? Milano-Cortina, con un trait d’union: il trattino della contemporaneità
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Mattarella alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali - Foto Quirinale/ Paolo Giandotti
Mattarella alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali - Foto Quirinale/ Paolo Giandotti

La fiamma olimpica accesa sotto l'Arco della pace. Attese e speranze, illusioni e distanze. E un pizzico di involontaria ironia: la cena di gala allestita alla Fabbrica del vapore. Il rischio, il timore che alla fine tutto, invece di essere motore di rilancio, svanisca in una nuvola evanescente. Per ora godiamoci la festa in diretta mondiale per queste Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Senza trattino ad unire le due località... ma proprio la mancanza del trait-d’union potrebbe dare chiavi di lettura di queste giornate all’impronta dell’orgoglio nazionale.

Il miracolo economico del 1956

Settant’anni fa, in questi giorni di febbraio del 1956, le Olimpiadi di Cortina erano già concluse. Erano state la vetrina di un miracolo economico e sociale al suo primo sbocciare. La Regina delle Dolomiti veniva incoronata e tutta l’Italia ne andava orgogliosa. Non contava tanto il medagliere: avevamo conquistato tre medaglie di bronzo. E non contava neppure la partecipazione perché sulle piste erano scesi atleti di solo 32 nazioni. A rendere euforici era la bella figura che aveva fatto l’Italietta appena dieci anni dopo essere uscita devastata dalla guerra.

Il presidente Sergio Mattarella all'inaugurazione di Casa Italia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente Sergio Mattarella all'inaugurazione di Casa Italia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ogni struttura era stata costruita dal nulla. Cortina era il sogno dell’italiano in salita. Le Settimane bianche non le avevano ancora inventate e le Vacanze di Natale se le potevano permettere in pochissimi. Ma quella prima olimpiade trasmessa in diretta televisiva era un catalizzatore poderoso per tutti, per un Nord in crescita rutilante, per un Meridione che verso il Settentrione premeva.

Poi Cortina quelle promesse le ha mantenute, almeno in parte, e al netto del generone romanesco del cinema-panettone. Si è guadagnata una fama che è servita come pretesto per ottenere l’assegnazione del 2026.

Le olimpiadi di oggi

Oggi, 70 anni dopo, l’intero mondo è cambiato. E l’aggancio di Milano a Cortina ne è la rivelazione semantica. Cortina 1956 era un fenomeno locale che diventava simbolo nazionale, quelle di oggi sono Olimpiadi che già nascono diffuse, ramificate, ad impatto nazionale. Lo stesso prolungato passaggio della fiaccola olimpica lungo la Penisola, su e giù per Veneto e Lombardia, è la cifra di questa rete a strascico. E meno male, perché sarebbe stato insopportabile il solo legame tra una Cortina sempre più esclusiva e una Milano irrimediabilmente gentrificata.

Il coinvolgimento di una buona parte dell’arco alpino dà l’impronta della sfida che in questi giorni giunge all’apice. In mezzo c’è stata Torino, nel 2006. Già un bel passaggio, come testimoniano alcuni dati essenziali: 2.500 atleti, 80 nazioni e per l’Italia cinque medaglie d’oro. Per la prima volta le Olimpiadi invernali erano scese dai monti, verso la città. E per la prima volta si dovettero fare i conti con il clima cambiato: non sempre c’era la neve, quella vera. Oggi ce n’è ancora di meno.

epa12710684 The delegation of Italy arrives to the Opening Ceremony of the Milano Cortina 2026 Winter Olympic Games, in Milan, Italy, 06 February 2026. EPA/NEIL HALL
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Le squadre sfilano nelle varie location dell'olimpiade

Milano Cortina segna un cambiamento epocale, anche in termini di crescita: tremila atleti, oltre novanta nazioni e gli azzurri che sperano di fare un loro piccolo bottino d’oro. Segna anche una mutazione di mentalità: le costruzioni nuove non riguardano tanto gli impianti sportivi, spesso ricavati da strutture già esistenti, ma puntano sulle infrastrutture, a cominciare dagli alloggi per gli atleti che poi diventeranno studentati, dalle strade e dalle gallerie alle comunicazioni.

Rigenerazione

L’Olimpiade non è tanto una vetrina, come fu Cortina 1956, ma un’occasione per investimenti che durino nel tempo, un richiamo di capitali su opere che potranno avere ricadute importanti e persistenti. Sì, lo sappiamo che altre esperienze olimpiche (e non solo, pensate all’Expo) proprio su questo versante si sono rivelate meno performanti delle promesse iniziali, spesso illusorie e talvolta deleterie. Ma noi continuiamo a sperarci, in un’Italia che si rigenera.

Assai diverso è soprattutto l’impatto che l’evento ha con il contesto che attraversa. I mezzi blindati della polizia del Qatar per le strade di Milano, i 45 mega-suv neri della scorta del vicepresidente Usa J. D. Vance, il timore che ci arrivino anche i mercenari dell’Ice così come sono stati schierati gli agenti speciali giunti da Doha, le scuole chiuse non per fare festa ma per ragioni di sicurezza e il ragazzino lasciato a piedi dal pullman che ha raddoppiato il costo del biglietto: rapido elenco di ingredienti per comprendere quanto e come il clima sia cambiato.

Emozioni anestetizzate

Assai diversa, infine, è la partecipazione popolare. Per Cortina c’era un’intera nazione che seguiva le gare: alle poche televisioni accese nei bar, alle molte radio sintonizzate sull’unica emittente nazionale in rete, soprattutto dalle pagine dei giornali. Tutti coinvolti. Oggi, forse proprio per il moltiplicarsi degli strumenti digitali, ognuno si informa come e quando vuole: dirette, social, streaming... Ma quasi sempre ognuno per conto proprio. L’attenzione si frammenta, l’emozione si anestetizza, il tempo si accorcia. Il turista compera l’ultimo gadget. Per chi arde la fiamma olimpica sotto l’Arco della pace? Milano-Cortina, con un trait d’union: il trattino della contemporaneità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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