Opinioni

Ogni anno della tua vita può essere il migliore

Che questo 2026 possa vederci far pulizia con amore e coraggio dentro e fuori di noi
I nostri cassetti personali e il loro contenuto
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È una ragazza olandese di ventisette anni, Etty, è laureata in legge e ha la stessa inquietudine che abbiamo io e te quando tutto va apparentemente bene, ma dentro non ci sentiamo mai sazi. «Voglio qualcosa e non so che cosa – scrive Etty – Sento una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca, tutto è in tensione nella mia testa. Sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato. A volte mi sento proprio come una pattumiera; sono così torbida, piena di vanità, irrisolutezza, senso di inferiorità. Ma in me c’è anche onestà e un desiderio appassionato, quasi elementare, di chiarezza e di armonia tra esterno e interno».

Etty è come noi, un garbuglio inquieto di sentimenti, fino all’incontro con Julius Spier, un allievo di Jung che le dischiude il tesoro della spiritualità e della fede. Il gomitolo si dipana. Etty ha ventotto anni. È il 1942. I nazisti occupano l’Olanda. Lei, ebrea, è in pericolo. Gli amici le offrono nascondigli e vie di fuga, ma Etty reagisce in modo assurdo facendosi assistente volontaria a Westerbork, il campo di transito dal quale partono i treni per Auschwitz. Non c’è modo di convincerla altrimenti. Nemmeno lei sa spiegarsi il perché di quella scelta che sente essere, nel profondo della pace che la abita, quella giusta.

A Westerbork Etty registra arrivi e partenze, assiste a separazioni laceranti, dona conforto e il suo cuore, scosso dalle atrocità, invece di oscurarsi si spalanca. «Quei due mesi dietro il filo spinato – scrive nel Diario – sono stati i più ricchi e intensi della mia vita, quelli in cui i miei valori più alti hanno ricevuto la conferma più profonda». Non è follia la sua e nemmeno negazione. È qualcosa di più radicale. «Tutte le volte che mi mostrai pronta ad accettarle - annota - le prove si cambiarono in bellezza».

7 settembre 1943. Etty ha ventinove anni quando sale sul treno per Auschwitz e dal vagone lancia una cartolina, ritrovata da un contadino, che recita: «Abbiamo lasciato il campo cantando». Muore due mesi dopo e i suoi diari, oggi tradotti in decine di lingue (Etty Hillesum «Diario» Adelphi), ci raccontano di come il nostro cuore possa dilatarsi non fuggendo dal dolore ma attraversandolo, non cercando luoghi già pieni di luce, ma facendosi faro là dove sembra non esserci più speranza.

3 gennaio 2026. A quasi un secolo di distanza, guerre, crisi e divisioni lacerano ancora il nostro Pianeta. L’umanità non trova pace perché io e te non troviamo pace nel profondo di noi, eppure non siamo arruolati in guerra e abbiamo persino goduto delle festività. Poi c’è Etty, Etty che è riuscita a trovare un senso e a irradiare luce negli inferi terreni di Westerbork e mi chiedo: c’è forse un cassetto del nostro inferno personale che temiamo di tirare perché maleodorante di rimpianti, rancori, paure stantie? E se facendo luce proprio lì, nel tiretto sigillato dei nostri irrisolti, noi potessimo sentirci finalmente in pace?

Che questo 2026 possa vederci far pulizia con amore e coraggio dentro e fuori di noi. «Ogni anno della tua vita può essere il migliore» scrive Etty. Auguri, dunque, ai cassetti e al loro contenuto. Auguri alla luce che rischiara il buio. Auguri all’anno migliore della nostra vita.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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