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Dopo il normalizzatore Conti, il festival ritrovi la spettacolarità

Paolo Carelli
Calo (prevedibile) di ascolti e pochi nomi di richiamo per quello che resta lo show più atteso della Rai: è stata una restaurazione silenziosa
Carlo Conti - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Carlo Conti - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Una restaurazione silenziosa. Il 76° Festival di Sanremo, secondo consecutivo e quinto complessivo del presentatore toscano Carlo Conti, non passerà certo alla storia per la sua dimensione spettacolare; la kermesse è scivolata via senza particolari scossoni, sorretta da un hype stranamente contenuto, lontana da certi eccessi adrenalinici degli anni passati. Cominciato in sordina, con il calo d’ascolti dell’esordio a suonare un campanello d’allarme poi parzialmente rientrato con il consolidarsi delle serate, il festival contiano è proseguito in una sorta di diffusa indifferenza senza alimentare polemiche e dibattiti sulle pagine dei giornali e sui social.

Il saldo negativo dell’attenzione (tra i 2 e 3 milioni di spettatori persi per strada) intorno al festival ha diversi fattori: la concomitanza della Champions nelle prime due serate e de «La ruota della fortuna» nella prima parte, il periodo dell’anno (due settimane più in là rispetto al solito, anche questo conta), una certa saturazione da grandi eventi dopo la sbornia olimpica, una proposta di ospiti e concorrenti al ribasso.

L’operazione di Conti, avviata lo scorso anno dopo gli eccessi della coppia Amadeus-Fiorello, è stata quella di riportare il festival a una dimensione di sobrietà e normalità; affiancato da Laura Pausini, apparsa ripetitiva nelle battute e sospesa a metà tra conduzione e canto, Carlo Conti ha condotto in porto la barca con una ritualità stanca, facendo sfoggio della sua proverbiale e maniacale ossessione per i tempi che mal si concilia, però, con un’idea di grande show generalista atteso da un anno. Il caso Pucci ha disinnescato sul nascere qualsiasi potenziale polverone, lasciando Conti a barcamenarsi tra comicità prevedibile, ospiti ordinari (salvo qualche eccezione) e un elenco infinito di cantanti dove sono mancati i nomi di vasto richiamo.

Un festival che, a parte il numero di concorrenti in gara, sembra aver agito soprattutto per sottrazione, come strumento per sopire più che ridestare un pubblico disorientato ma comunque sempre fedele e stabilmente intorno ai nove-dieci milioni, dove il momento più divertente e imprevisto – l’unico che forse verrà ricordato come autenticamente genuino – è stato rappresentato dalla signora Gianna Pratesi, l’ultracentenaria di Chiavari chiamata a celebrare gli ottant’anni del referendum in cui il Paese scelse la Repubblica e in cui le donne votarono per la prima volta su base nazionale, con tanto di gaffe colossale della grafica della Rai.

Errore nella grafica all'Ariston, la "Repubblica" diventa "Repupplica" - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Errore nella grafica all'Ariston, la "Repubblica" diventa "Repupplica" - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

C’è da credere che difficilmente cambieranno formule e meccanismi, sebbene la sensazione sia quella di un formato che ha cominciato a mostrare i primi piccoli segni di cedimento e che necessiterà con ogni probabilità di una manutenzione, a cominciare dal numero di cantanti, eccessivo e mortificante per qualunque concezione di show di largo respiro. Stefano De Martino, che prenderà in mano il timone di Sanremo, che rimane il contenuto più importante della televisione italiana e del servizio pubblico (oltre 70 milioni di ricavi pubblicitari, circa il 10% di quanto raccoglie la Rai in un intero anno) si troverà di fronte una duplice difficile eredità: confermare la centralità dell’evento e immaginare un prodotto che restituisca entusiasmo a un modello di spettacolo che non sia solo la somma di singole esibizioni, ma un grande attivatore di comunità e coesione nazionale.

Paolo Carelli, centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi, Università Cattolica di Milano

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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