Opinioni

Non servono nuove leggi: serve farle funzionare

Il brutale pestaggio dell’agente Alessandro Calista pone una domanda: le forze dell’ordine sono sufficientemente tutelate? È necessario ulteriormente rafforzare disposizioni legislative?
Francesco Bonini

Francesco Bonini

Editorialista

Scontri dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna - Foto Ansa/Tina Romano © www.giornaledibrescia.it
Scontri dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna - Foto Ansa/Tina Romano © www.giornaledibrescia.it

Annunciate da settimane, ecco le violenze in occasione della manifestazione di Torino contro la chiusura del centro sociale Askatasuna. Il bilancio, pur drammatico non è stato fortunatamente tragico. Per il sangue freddo della quasi totalità dei manifestanti e soprattutto delle forze dell’ordine. Possiamo trarne due lezioni e una considerazione conclusiva. La prima è un motivo di soddisfazione.

Cioè la solidarietà immediata e pluripartisan, cioè da tutte le parti politiche e istituzionali, con l’agente oggetto di barbara violenza e più in generale nei confronti delle forze dell’ordine – oltre cento feriti. È una bella cosa che, a paragone di Minneapolis, la tutela dell’ordine pubblico sia assicurata in forme molto professionali, espressione di una democrazia matura.

E qui si innesta la seconda e più articolata considerazione. Il brutale pestaggio dell’agente Alessandro Calista pone una domanda: le forze dell’ordine sono sufficientemente tutelate? È necessario ulteriormente rafforzare disposizioni legislative, come si sente dire da qualche parte?

Sono domande che rinviano ad un tema di fondo, ovvero la questione della sicurezza, la sicurezza reale e quella percepita. Due dati che, in particolare in Italia sono sostanziante divaricati. Ovvero la sicurezza percepita è di fatto inferiore a quella reale. Che in Italia, fortunatamente oggi è, nonostante tutto, molto alta.

Di qui anche il succedersi – nulla di nuovo, lo aveva già fotografato due secoli fa Manzoni, riflettendo su quello che succedeva due secoli prima – l’accavallarsi di leggi e decreti, il moltiplicarsi delle fattispecie, come ha detto aprendo l’anno giudiziario il primo presidente della Corte di Cassazione.

Perché per intervenire sul dato reale della sicurezza – senza ovviamente scivolare in un distopico orizzonte securitario, quello del cappotto e del taglio di capelli di Bovino e dei suoi uomini a Minneapolis, incompatibile con la democrazia – è necessario e al momento sufficiente fare funzionare il sistema e ovviamente andare tutti nella medesima direzione, quella della legge e dei valori costituzionali che le nostre leggi necessariamente esprimono.

E in concreto fare sì che le norme siano applicate in modo efficace, efficiente, rigoroso e universale. In realtà non ci sono reati di destra o di sinistra, ma solo reati: come peraltro era stato prospettato al momento dello sgombero del Leoncavallo a proposito di quello di Casa Pound, per restare in tema di centri sociali abusivi. Auguriamoci che la campagna referendaria si concluda velocemente per azzerare polemiche e discussioni e andare avanti con serenità e concretezza.

Applicare le leggi con chiarezza e rigore significa anche che ci sia un consenso ampio dal punto di vista politico e che i corpi dello Stato agiscano di conseguenza. Non servono norme nuove, bisogna lavorare bene.

Certo ci vuole pazienza e la pazienza stride con i tempi sincopati e accelerati di un dibattito politico che viaggia sempre più alla velocità dei click dei social. Che è una velocità presunta e non reale. Perché si ferma alla constatazione e allo strillo e non interviene invece sulla catena decisionale, che è quella che conta.

E proprio in questo passaggio, proprio qui, si istilla il bacillo della violenza, un virus che può fare molto male alla democrazia. Abbiamo gli anticorpi, coltiviamoli con attenzione.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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