Mozambico e terrorismo, le radici profonde della crisi

«Radicalismo religioso e terrorismo non fanno parte dell’anima mozambicana. Da secoli, infatti, le diverse religioni –soprattutto Cristianesimo e Islam – convivono in pace, armonia e rispetto reciproco. La componente religiosa è strumentalizzata».
Il cardinale Pietro Parolin ha commentato così – durante la sua visita in Mozambico per celebrare il 30° anniversario delle relazioni diplomatiche tra il Paese sudafricano e la Santa Sede (5-10 dicembre 2025) –, la guerra in corso nella provincia di Capo Delgado.
Troppo facile parlare genericamente di terrorismo islamico o di guerra di religioni, senza andare alle origini del fenomeno. È senz’altro vero che dal 2017 il gruppo Ansar al sunna wa jammah, noto come Al-Shabaab («gioventù», in arabo), semina morte e distruzione.
Attacca e incendia i villaggi, saccheggia le case, rapisce donne e bambini, uccide in modo brutale. In otto anni, il conflitto ha causato più di quattromila morti e più di un milione di sfollati (dati Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – Unhcr).
Durante la visita in Mozambico, il Cardinale Segretario di Stato, Sua Eminenza Pietro Parolin, si è recato a un campo di reinsediamento nei pressi di Pemba, dove ha incontrato gli sfollati interni, portando la vicinanza del Santo Padre e di tutta la Chiesa a loro e al popolo di… pic.twitter.com/Hk2Sa2t90Q
— Segreteria di Stato della Santa Sede (@TerzaLoggia) December 9, 2025
Ma l’adesione all’islamismo internazionale arriva in una fase successiva. Il conflitto, infatti, trova le radici nella rabbia giovanile e nella totale assenza dello Stato, che non garantisce i diritti basilari, e riserva le opportunità migliori a chi viene dal sud del Paese, a scapito delle comunità locali.
La provincia di Capo Delgado è la parte più ricca di risorse – gas naturale, grafite, minerali preziosi, rubini – ma è anche la più trascurata dal governo, tanto da essersi guadagnata il nome di «Cabo Esquecido», capo dimenticato. Il Mozambico ha una superficie maggiore di qualsiasi Paese dell’Ue, e conta una popolazione di circa 30 milioni di persone.
E con distanze enormi. Tra la capitale Maputo e Capo Delgado, la più settentrionale del Paese, ci sono 2.700 chilometri, 27 ore di macchina; un’ora e mezza in aereo. Ma per gli abitanti è un miraggio volare. Alla maggior parte della popolazione mancano i beni primari: cibo, cure mediche ed educazione.
I continui cicloni – Idai nel 2019, Eloise nel 2021, Freddy nel 2023, Chido nel 2024 – che si sono abbattuti sul Paese, che si trova sulla traiettoria delle tempeste tropicali che nascono nell’Oceano Indiano, hanno portato altra morte e altra distruzione.
La condizione sociale è resa ancora più esplosiva dal fatto che i proventi provenienti dalle risorse naturali finiscono nelle tasche dei gruppi stranieri e dei politici corrotti.
La rabbia è diventata ribellione. L’emarginazione dei gruppi islamici da parte del Governo, ha facilitato la radicalizzazione. Al-Shabaab – che nulla c’entra con l’omonimo gruppo terrorista somalo – si è «presentata» ufficialmente, a ottobre 2017, con l’attacco alla città portuale Mocímboa da Praia, terminato con la presa della città, e la dichiarazione di Califfato nel 2020.

Guarda caso, il 2017 è anche l’anno della firma dei primi contratti per il gas con le multinazionali estere: la francese Total, la statunitense Exxon Mobil, l’italiana Eni. Il Governo – che considera quella in corso a Capo Delgado come un’aggressione terroristica alimentata da gruppi jihadisti esterni al Paese, ha assoldato prima compagnie di mercenari, come la russa Wagner, e la sudafricana Dyck Advisory Group.
In un secondo momento ha chiesto aiuto all’estero. Sono stati coinvolti i militari ruandesi e della Sadc (Southern African Development Community); l’Unione europea ha inviato 140 istruttori ad addestrare le forze locali. Alcune aree sono state riconquistate, tra cui proprio Mocímboa da Praia, ma l’insicurezza e l’emergenza umanitaria continuano.
Anche perché gli eserciti si sono posizionati in prossimità degli impianti di sfruttamento delle risorse, il che induce a pensare che sia quella la preoccupazione, più che l’incolumità della popolazione.
Su questo contesto si innestano le violente proteste seguite ai risultati delle elezioni – tenutesi a ottobre 2024 –, che hanno visto eletto alla presidenza Daniel Chapo, esponente del partito al potere Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico), ma che le opposizioni hanno accusato di brogli.
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