Movimento 5 Stelle: Conte rafforzato, ma manca l’identità

La presa di posizione di Chiara Appendino sulla politica delle alleanze dei Cinquestelle ha, paradossalmente, rafforzato Giuseppe Conte, mostrando che l’ipotetica minoranza interna contraria all’accordo col Pd non ha un seguito significativo nel gruppo dirigente anche se forse ne ha di più fra gli elettori.
A proposito di questi ultimi, però, bisognerebbe che qualche istituto demoscopico cominciasse a valutare l’impatto della presenza di Conte nel M5s. Quando l’ex premier non si candida (amministrative, europee) i pentastellati vanno sempre male o malissimo. Alle Europee c’è un consenso maggiore rispetto a Comunali e Regionali perché si tratta di una consultazione vissuta come più «nazionale» (tanto più ci si allontana dalla dimensione periferica – che richiede di governare gli enti locali – andando verso assemblee rappresentative dove si è in minoranza e non si ha la responsabilità di governo ma si assumono quasi sempre ruoli d’opposizione) e la vocazione «contro» di parte non irrilevante dell’elettorato del M5s mobilita più persone.
Del resto, il M5s è nato per convogliare e dare voce alla protesta, anche se poi si è evoluto per diventare forza di governo per tutta la scorsa legislatura (cosa che però, non a caso, è costata carissima alle elezioni parlamentari del 2022). Il «governismo» di Conte (il presidente pentastellato aspira a riprendersi Palazzo Chigi, anche perché la Schlein rischia di perdere le primarie di coalizione, soprattutto se i «civici» e dei centristi mettono in campo la sindaca di Genova Salis che toglie voti alla leader del Pd) si scontra con la volontà di Appendino e di pochi altri di tornare alle origini, ma i tempi sono cambiati.
Stare all’opposizione – si è visto – in questo tempo non porta voti al M5s, anzi ne sottrae non pochi. Ci si deve dunque preparare a tornare ad avere una proposta di governo, soprattutto se Conte dovesse ottenere la candidatura alla premiership alla quale tiene più di ogni altra cosa.
C’è poi da osservare che, se lo scarto fra Europee (dove Conte non si è presentato) e Politiche (dove invece è stato in prima fila) è di circa il 5% dei voti, si torna – in misura minore, ovvio, perché parametrata alla diversa forza del M5s – alle rilevazioni campionarie che quattro anni fa davano ad un ipotetico «partito di Conte» buone percentuali di consenso (che allora avrebbero tolto almeno un terzo dei voti ai Cinquestelle). Non sarà che anche oggi c’è una fetta di pentastellati «contiana» che non vota alle elezioni «minori» dove il loro beniamino non si presenta?

Se ciò è vero lo vedremo in Campania, dove il candidato presidente Fico è atteso alla prova più difficile (la Puglia è data per acquisita al «campo largo» e il Veneto alla destra) che potrebbe riservare margini d’incertezza, se i Cinquestelle defezionassero in parte anche di fronte a un aspirante governatore che è un proprio esponente. Appendino ha le sue ragioni, perché l’abbraccio col Pd che un tempo era uno dei nemici da abbattere non fa bene al M5s, ma l’alternativa non è più rosea: un partito di nostalgici del pre 2019 (e magari del governo gialloverde) prenderebbe ancor meno voti del già esangue Movimento attuale.
Non a caso Ilvo Diamanti definisce PdC (partito di Conte) il M5s: non è un caso che le fortune dei pentastellati arrivino – come si diceva – quando c’è in campo il leader incontrastato, l’unico che raccoglie simpatie anche fra gli elettori del Pd e di Avs (nessuno degli esponenti di prima fila dei Cinquestelle potrebbe mai sognare di avere altrettanti voti e consensi trasversali). Quindi, il problema non è l’accordo col Pd (che a Conte conviene perché lo gestirà ambiguamente fino a quando non gli verrà offerta la corona di candidato a Palazzo Chigi per il 2027) ma il fatto che senza l’ex premier ciò che resta del vecchio soggetto politico fondato da Grillo non andrebbe verosimilmente da nessuna parte.
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