La morte di Said Gheddafi aggrava il caos libico

Saif al-Islam Gheddafi, figlio prediletto del «Colonnello», è stato ucciso nei giorni scorsi a colpi d’arma da fuoco. Le notizie sono confuse: si parla di un assassinio perpetrato da quattro uomini entrati nel giardino della sua casa a Zintan, nell’Ovest della Libia e, al tempo stesso, di una morte da «martire» durante scontri a fuoco con la «444esima Brigata del deserto» (milizia della zona desertica di al-Hamada, che però ha smentito ogni responsabilità). Quel che è certo è che il 53enne secondogenito di Muhammar Gheddafi è morto: la conferma è venuta infatti dal suo avvocato, nonché cugino, Al Zaidi.
Noto per le relazioni in campo occidentale, Saif al-Islam era una sorta di simbolo della resistenza contro il Consiglio nazionale di transizione e contro la Nato, che aveva provocato la caduta del regime nel 2011. Dal 2011 al 2016 era stato in carcere e persino condannato a morte da una Corte libica per crimini contro l’umanità, ma nel 2021 era tornato alla ribalta annunciando la sua candidatura alle peraltro mai svolte elezioni presidenziali per una «nuova Libia».
È difficile capire da dove sia venuto l’ordine di eliminarlo o individuarne una ragione precisa. La Libia continua a rimanere profondamente spaccata: a Tripoli e nell’Ovest del Paese è insediato il Governo di Unità Nazionale, appoggiato dall’Alto Consiglio di Stato e dal Consiglio presidenziale, protetti dalle Forze armate della Turchia. Tobruk controlla l’Est e larga parte del Sud, col Governo di stabilità nazionale: in realtà, il potere è tutto nelle mani della famiglia di Khalifa Haftar, «maresciallo» dell’Lna (Lybian National Army, Esercito nazionale libico), comandato dai suoi due figli Saddam e Khaled, che conta sull’appoggio di Egitto, Arabia Saudita e Russia (che qui mantiene tremila uomini dell’Africa Corp) e che da mesi ha avviato in chiave strategica consultazioni dirette anche con Ankara. Ma gli attori di ardua lettura sono soprattutto le milizie dei vari «potenti», vere e proprie cosche armate che non negoziano mai in buona fede, influenzando e destabilizzando ogni trattativa a seconda della convenienza.

Saif potrebbe essere stato vittima di una vendetta islamista, visto che delle milizie islamiste è sempre stato acerrimo avversario (tanto da aver in alcuni momenti rappresentato dopo la morte del padre una sorta di «speranza» diplomatica di prospettiva). Più difficile invece ipotizzare che la sua eliminazione sia stata favorita dagli Haftar, perché nei vertici dell’Lna la presenza di ufficiali ex gheddafiani è nutrita, specie nel settore chiave dell’intelligence e la morte di un Gheddafi potrebbe provocare pericolose scollature. Non pare una chiave di lettura sostenibile neppure la vicinanza temporale alle decisioni in tema di assegnazione dei round di licenza per l’estrazione petrolifera: la morte di Saif, infatti è foriera di un’instabilità che non può che preoccupare le compagnie internazionali.
Forse la sua possibile candidatura costituiva un freno troppo «tirato» in vista della potenziale organizzazione delle presidenziali: la sua eliminazione potrebbe far pensare a un tentativo di cercare qualche compromesso neppure non troppo lontano nel tempo, vista anche l’età avanzata di Khalifa Haftar, che nel 2026 compirà 84 anni.
Di sicuro, però, c’è che questa morte rischia di aggiungere tensione al caos libico. Anche se i soli simpatizzanti di Saif non sembrano infatti avere la forza per lanciare una campagna di «vendetta», è difficile ritenere che una soluzione venga trovata senza essere tentati dall’uso della forza: in questa chiave può essere sicuramente letto il contratto da 4 miliardi di dollari firmato a dicembre dall’Lna degli Haftar con l’Aeronautica pakistana per acquisire, nonostante l’embargo Onu, sedici cacciabombardieri sino-pachistani JF-17 Thunder.
Washington non pare eccessivamente preoccupata delle tensioni che potrebbero riesplodere: molto dipenderà soprattutto dalla Turchia, che in quella che una volta era la nostra «altra sponda» gioca una partita incisiva e molto abile. Il tutto nell’irrilevanza dell’Unione Europea. Per tacer di Roma.
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