Migranti in Albania e la svolta europea

La prima nave della Marina Militare diretta al porto di Schengjin in Albania con a bordo un gruppo di migranti soccorsi in mare che saranno poi trasferiti al centro di accoglienza di Gjader (area di 75mila metri quadrati realizzata ex novo dall’Italia), sta per dare una prima e concreta attuazione al discusso accordo tra il Governo italiano e quello albanese per la gestione extraterritoriale della questione migratoria.
Come noto, sulla liceità e sulla sostenibilità di questa operazione sono state sollevate molte obiezioni anzitutto sul fronte dei diritti umani e sugli aspetti giuridici (si pensi alla posizione della Corte di giustizia europea sulla definizione di «Paesi d’origine sicuri»). Ad esse si sono aggiunte diverse contestazioni anche di ordine finanziario e organizzativo soprattutto alla luce delle fallimentari precedenti esperienze internazionali che si sono mosse in questa direzione, ovvero di costruire centri per migranti in Paesi terzi per non permettere un approdo ai richiedenti asilo sul territorio nazionale. Per l’Italia questo permetterebbe di aggirare il Regolamento di Dublino sul primo approdo.
Si ricordano, in particolare, i casi delle isole Nauru e di Manus in Papua Nuova Guinea utilizzate per alcuni anni dall’Australia come centri di detenzione e il tentativo del Regno Unito (bocciato dalla Corte Suprema britannica) di trasferire i migranti giunti irregolarmente oltremanica in Ruanda. Senza poi dimenticare la sproporzione tra il numero di migranti che i centri albanesi, a pieno regime, potrebbero ospitare (5/6 mila) e il numero di arrivi sulle coste italiane (53mila da inizio anno ad oggi).
Pronti i centri per migranti in Albania. Area consegnata per i collaudi, entro una settimana l'apertura #ANSA https://t.co/1kwSrFA1VN
— Agenzia ANSA (@Agenzia_Ansa) October 10, 2024
Quel che sicuramente appare cambiato rispetto ad un anno fa (l’accordo è stato sottoscritto nel novembre del 2023) è il clima politico e culturale generale, soprattutto dopo l’esito delle elezioni europee e delle tornate elettorali interne a Paesi come la Francia e la Germania. La significativa avanzata delle formazioni politiche populiste di estrema destra ha aumentato esponenzialmente la pressione sui governi in carica. Questi ultimi (indipendentemente dalla collocazione politica), con l’intento di non perdere ulteriori consensi e assecondando la fetta di opinione pubblica sensibile a questi temi, stanno facendo propria un’agenda di politica migratoria che nel recente passato è stata da loro stessi considerata inconciliabile con la propria visione politica.
Questo cambiamento del clima sociale sta producendo in sede europea un’osservazione interessata a quanto accade in Albania sollevando, in ogni caso, alcuni quesiti particolari e generali. Il primo riguarda la tenuta giuridica e la possibilità di gestire i rischi connessi al possibile mancato rispetto dei diritti umani e al peggioramento delle condizioni di detenzione. Inoltre, si annida il già ricordato rischio di una lievitazione dei costi, anche per effetto di quanto stabilito dall’accordo italo-albanese.
Il secondo quesito, più generale, rimanda ai dubbi sulla reale efficacia di una politica migratoria pensata più per cercare il consenso interno di una certa parte di opinione pubblica anziché per farsi carico della reale complessità del fenomeno. A questo si collega il fatto che le esperienze internazionali non forniscono dati significativi a sostegno dell’idea che la delocalizzazione offshore dei migranti rappresenti un efficace strumento di deterrenza contro le nuove partenze verso le coste italiane ed europee.
Infine, ponendoci nell’ipotesi di un crescente consenso per questa misura con o senza il conforto dei numeri, viene da chiedersi che cosa potrebbe comportare (anche in termini di tenuta di alcuni valori di civiltà) se questa soluzione fosse una «testa di ponte» per un successivo generalizzato ricorso ad ulteriori hotspot extraterritoriali da parte dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei.
Ecco allora che il viaggio della nave militare Libra verso l’Albania rischia di non essere solo un evento circoscritto e di cronaca migratoria, ma di diventare un fatto simbolico, uno spartiacque che potrebbe aprire un nuovo e discutibile corso delle politiche migratorie e forse anche del nostro modo di essere europei.
Valerio Corradi – Docente di Sociologia, Università Cattolica di Brescia
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