Autonomie, lo scontro sul terzo mandato agita Regioni e Governo

È davvero un festival, quello delle autonomie. Ha voglia il presidente Sergio Mattarella di invitare a mettere ordine nella questione, andando direttamente a Venezia fra chi dell’argomento ha fatto una bandiera. Il Capo dello Stato traccia una linea chiara: l’autonomia locale è preziosa, ma non deve entrare in conflitto con il quadro nazionale e soprattutto non deve mettere a rischio il bene di tutti gli italiani, indipendentemente dalla regione dove vivono. «Leale collaborazione»: a ciascuno il suo. Intanto l’intero mondo politico sgomita, sbanda, s’inalbera, si acquatta. E alla fine cerca scorciatoie.
Bruxelles, il Presidente Mattarella 🇮🇹 saluta i deputati italiani del Parlamento Europeo e i funzionari e tirocinanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione Europea 🇪🇺, il video: https://t.co/ckfYULyOhe pic.twitter.com/bjSVPHVUcL
— Quirinale (@Quirinale) May 21, 2025
L’occasione dello scontro è stata offerta dal Festival delle Regioni e delle Province autonome convocato a Venezia nei giorni scorsi. La scintilla è venuta dal Friuli con tutti gli assessori della Lega che hanno rassegnato le dimissioni nelle mani del presidente – pardon, governatore – Massimiliano Fedriga. Il pretesto è stata un’intervista del ministro meloniano Luca Ciriani sulla gestione dell’ospedale di Pordenone. La questione della Sanità è da tempo al centro dello scontro fra Governo e Regioni, nella stessa maggioranza. Ma il vero tema è quello del terzo mandato, come si è potuto capire subito dopo, quando il Consiglio dei ministri ha impugnato la legge della Provincia autonoma di Trento, che permetterebbe al leghista Maurizio Fugatti di ricandidarsi, con tanto di scontro a Palazzo Chigi e voto contrario di Matteo Salvini e dei suoi.
Le conseguenze sono state fin troppo prevedibili: scambio di cortesie tra i ministri Lollobrigida e Calderoli; Salvini alza la voce ma poi minimizza; la premier Meloni non va più a Venezia (meglio costringere Fedriga a scendere a Roma). In Laguna non va neppure il ministro delle Riforme Maria Elisabetta Casellati. Le opposizioni accusano i leghisti (in particolare) e il centrodestra (in generale) di essere interessati solo alle poltrone, sottacendo che una questione simile cova anche in casa Pd (vedi la Campania e De Luca) e fra i Cinque stelle, che appunto stanno pensando come rimettere in gioco i leader rimasti fuori dal vincolo dei due mandati che si erano auto imposti.

Il presidente Fedriga, che dei governatori è rappresentante nazionale al vertice della Conferenza delle Regioni, annuncia una lettera al Governo di tutti i suoi colleghi per «una revisione al limite di legislature, che rispetti la volontà degli elettori». Attaccamento alle poltrone e volontà degli elettori: niente di nuovo nella retorica politica. I più smaliziati pensano che il centrodestra, alla fine, un’intesa la trova sempre. Già si dicono contenti delle «aperture di dialogo». Difficile prevedere quale sarà il punto di equilibrio: Fratelli d’Italia non pare intenzionato a cedere sul terzo mandato, neppure per gli enti a statuto speciale, mentre la Lega non può cedere posti di comando al Nord. Si «aprono» dibattiti sul terzo mandato ai «governatori» quando si pensa di mettere il vincolo dei due mandati al Governo del Premierato? E Forza Italia tace mentre Lega e FdI si spartiscono i vertici regionali?
I nodi stanno venendo al pettine: in autunno si voterà in Veneto, Campania e Puglia. Ma la quadra, come si dice nei palazzi, la troveranno. Già si parla di alchimie sulle leggi elettorali. Eccola, forse, la scorciatoia. Ad ogni contingenza si trova una pezza. Salvo che la questione rispunta dietro l’angolo: si dice no al terzo mandato di Zaia, si prospetta un forse per Fedriga, si salva Fugatti? Infine resta una domanda: dove sono finite le buone intenzioni? Quelle che avevano fatto sperare in una nuova revisione del Tuel, il Testo unico degli enti locali, per approdare a qualche elemento certo nell'idea della «coesione sociale e territoriale».
Quelle che avevano fatto credere imminente una riforma della Province, riportandole alla dignità di enti primari e non di secondo livello. Quelle che avevano annunciato l’attuazione di una nuova forma di autonomia regionale. L’illusione che un Governo con maggioranza solida potesse avviare una stagione di riorganizzazione condivisa delle amministrazioni locali. Invece, mentre i progetti di autonomia differenziata mostrano tutte le loro incongruenze, mentre Province e Comuni devono misurarsi con tagli pesanti alle risorse (vedi la scure sui fondi per le strade in Provincia a Brescia), il dibattito si avvita sul numero dei mandati ai presidenti-governatori.
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