Manovra, vincono prudenza e disillusione

Prudente e disilludente: così possiamo definire la manovra di bilancio proposta dal governo. Il disegno di legge di bilancio è stato approvato martedì sera dal Consiglio dei ministri, assieme al Documento programmatico di bilancio (Dpb), da inviare alla Commissione europea (del documento ancora non c’è traccia sul sito del Mef). Prudente perché sostanzialmente «non scassa i conti pubblici», ciò che è importante per evitare una reazione dei mercati finanziari, un pericolo sempre concreto per un Paese con elevatissimo debito pubblico (proprio in questi giorni sta toccando i 3.000 miliardi di euro). È allo stesso tempo disilludente, sia rispetto alle richieste delle forze politiche di maggioranza prima delle elezioni di due anni fa («aboliremo la riforma Fornero delle pensioni» era allora uno degli slogan…) sia riguardo alle pretese più spicciole degli ultimi giorni, come l’estensione della flat tax per gli autonomi (peraltro irragionevole considerando il trattamento meno favorevole di altri contribuenti) o un forte innalzamento delle pensioni minime (richiesta questa forse opportuna, ma le priorità di bilancio sono state altre).
D’altra parte, già da giorni il ministro Giorgetti parlava della necessità di «sacrifici per tutti». Lo stesso ministro aveva definito, alcuni giorni fa (nel corso dell’audizione alle Commissioni riunite Bilancio del Parlamento), «ambizioso ma realistico» il Piano strutturale di bilancio (Psb) previsto dalle nuove regole europee e già inviato alla Commissione europea. Si può concordare sull’aggettivo «ambizioso», in quanto il disavanzo pubblico sul Pil dovrebbe scendere sotto il 3% già nel 2026, un anno prima di quanto previsto dal Documento di economia e finanza (Def) dello scorso aprile; pur in presenza di un debito pubblico tuttora in crescita sul Pil (fino al 138% circa nel 2027).

Sul «realismo» del Psb ci sono invece alcune riserve. Infatti, il documento sconta un miglioramento del quadro tendenziale dei conti pubblici, con un rapporto disavanzo/Pil in diminuzione (più forte di quanto indicato nel Def), grazie – oltre che all’innalzamento del Pil conseguente alla revisione dei conti nazionali operata dall’Istat nello scorso mese – all’aumento delle entrate tributarie riscontrato nella prima parte di quest’anno. Questo miglioramento è stato poi tradotto in parte in migliori obiettivi programmatici di bilancio, consentendo appunto una discesa più rapida del rapporto disavanzo/Pil, ed in parte in un più ampio «spazio di bilancio», ossia in maggiori disponibilità di spesa. Gli addetti ai lavori ritengono però che questi miglioramenti (sul fronte delle entrate) difficilmente potrebbero ripetersi nei prossimi anni, diversamente da quanto ipotizzato nel Psb.
Lasciamo comunque agli esperti queste tecnicalità. Una questione più seria è che il Psb, nonostante le oltre 200 pagine, è abbastanza generico sull’articolazione di entrate e spese nei prossimi anni: mancano ad esempio tabelle specifiche, disaggregate per settori e livelli di governo, come sarebbe richiesto dai regolamenti Ue. Inoltre, la richiesta italiana di spalmare l’aggiustamento dei conti su un periodo di sette anni, invece che quattro, dovrebbe essere supportata da un impegno preciso nel portare avanti riforme e investimenti (anche oltre la scadenza del Pnrr) in specifici ambiti; anche queste indicazioni sono carenti. La Commissione europea si è concessa sei settimane per rispondere al Psb italiano (ma Giorgetti si è detto ottimista per il rientro su sette anni).
Tornando alla manovra di bilancio per il 2025, per un totale di circa 30 miliardi, sono rispettate le principali previsioni della vigilia, con alcune novità. È confermata la riduzione della tassazione per i redditi medio-bassi; fino alla soglia di 20 mila euro annui si tratterebbe però di un taglio contributivo, mentre oltre tale soglia e fino a 35 mila ci dovrebbe essere un aumento delle detrazioni fiscali. È pure confermato l’accorpamento delle due aliquote Irpef di mezzo (con un’eventuale, possibile ma non certa, riduzione di quella intermedia da 35% a 33%): entrambe queste misure diventeranno «strutturali» (finora erano «una tantum» e rinnovate ogni anno). Tra le altre principali voci di spesa, è previsto un bonus per i nuovi nati di mille euro annui destinato ai percettori di redditi medio-bassi; va peraltro osservato che questi interventi potranno dare un contributo solo marginale al rilancio della natalità (nei prossimi decenni destinata comunque a declinare anche per il progressivo restringimento delle coorti di potenziali genitori). La spesa sanitaria dovrebbe ricevere risorse aggiuntive per 3 miliardi di euro, appena sufficienti per mantenere invariata la sua incidenza sul Pil (parecchio inferiore a quella di paesi come Francia e Germania).
La copertura di queste maggiori spese sarà individuata innanzi tutto in risparmi lineari del 5% sulle voci di spesa di tutti i ministeri. Sarà curioso vedere dove si concentreranno davvero i tagli. Posto che sprechi e inefficienze ci sono in tutti i ministeri, non sarà facile individuarli ed eliminarli (vi ricordate la «spending review» del commissario Cottarelli?). Il rischio è che invece si taglino o rinviino interventi cruciali, ad esempio la manutenzione delle scuole e delle infrastrutture (vedremo tra un anno quanto in orario saranno i treni…). Sulle banche e assicurazioni – dopo tanto discutere – si è alla fine optato, in pratica, per un anticipo di tassazione (pari a circa 3,5 miliardi di euro previsti), forse memori del pasticcio dell’anno scorso, che comunque non aveva generato alcun incasso per lo Stato. Infine è annunciata una sforbiciata alle detrazioni fiscali (le cosiddette «tax expenditures»), ancora da quantificare e da modulare in base al nucleo familiare.
Quindi un aumento parziale delle tasse arriverebbe in modo indiretto. Ad ogni modo, posto che non si voglia, giustamente, aumentare la pressione fiscale su lavoratori ed imprese, perché non ricorrere ad altre fonti di entrata? Innanzitutto, una più efficace lotta all’evasione fiscale, tuttora enorme; ma anche proventi straordinari, che in altri paesi occidentali sono la norma, come un’imposta sui grandi patrimoni, quelli dei multi-milionari (se ne discute in Francia), oppure una seria imposta sulle successioni. Invece, non se ne parla, per motivi per lo più ideologici. Così l’economia arranca (la crescita del Pil prevista dagli organismi internazionali è tornata allo «zero virgola») e gran parte della popolazione è sempre più in sofferenza.
Enrico Marelli - Docente di Politica economica all'Università di Brescia
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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