Opinioni

Le mafie nigeriane ora prosperano in Italia

Oggi controllano vari business: il traffico di esseri umani e di organi, della droga delle armi e la prostituzione di ragazze connazionali
Romina Gobbo

Romina Gobbo

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Agenti della Direzione investigativa antimafia
Agenti della Direzione investigativa antimafia

Si chiamano Black Axe, Vikings, Supreme Eiye Confraternity (Sec) e Maphite. Nate come confraternite (cult è il termine con il quale si definiscono) in Nigeria a partire dagli anni Settanta, oggi rappresentano le più potenti mafie nigeriane presenti sul territorio italiano, probabilmente coordinate da una struttura verticistica unitaria. La Sec dichiara di voler «rompere con ogni forma di denominazione culturale coloniale e/o imperiale». La Black Axe, o Neo Black Movement (Nbm) intende «creare un mondo migliore dove razzismo e apartheid non esistano più». Il suo logo è un’accetta che rompe le catene ai polsi di un uomo di colore. Ma il loro arrivo in Europa negli anni ’80 è coinciso con il cambiamento degli obiettivi.

— Nigeria Stories (@NigeriaStories) May 12, 2025

Oggi controllano vari business: il traffico di esseri umani e di organi, della droga – dalla cocaina all’eroina –, delle armi e la prostituzione di ragazze connazionali; si occupano anche di smaltimento di rifiuti tossici dall’Europa alla Nigeria e non disdegnano le estorsioni ai danni di connazionali onesti, proprietari di piccoli negozi. «Operano solitamente secondo vere e proprie strutture gerarchizzate, con i capi e via a scendere, fino ai semplici soldati – spiega il criminologo Vincenzo Musacchio –. Hanno regole molto rigide, per alcuni aspetti simili alla ’ndrangheta, fondate sul vincolo associativo, sull’omertà, sul timore infuso negli adepti anche mediante riti tribali antichi. Chi tradisce, paga con la propria vita o con quella dei propri familiari. La mafia nigeriana in Italia ha una struttura attiva, partenariati internazionali e una strategia criminale ben pianificata». E non disdegna alleanze, né con le mafie autoctone, né con le altre due mafie presenti in Italia in misura massiccia, quella cinese e quella albanese.

«I cinesi sono abilissimi a utilizzare la facciata della legalità – continua Musacchio –: comprano case, negozi, investono nel turismo, nella grande distribuzione. In particolare, quelli residenti a Milano sono impiegati nella ristorazione, nel settore conciario e nell’abbigliamento; a Roma prevalentemente nella ristorazione e nella vendita di oggettistica; a Firenze nel settore tessile e nella ristorazione. Poi c’è Prato dove sono occupati in modo rilevante nelle confezioni. Ma è l’illegalità che permette loro di avere e gestire grosse quantità di denaro. Sono leader nel settore delle droghe sintetiche, in primis il fentanyl. Stiamo parlando di un oppioide sintetico molto più potente della morfina e dell’eroina, una vera piaga negli Stati Uniti. Ma sono leader anche nel riciclaggio di denaro, che viene ripulito attraverso conti bancari in Cina, anche per conto dei cartelli della droga messicani e colombiani. Anche se intercettati, c’è poi il problema della traduzione delle intercettazioni perché la lingua cinese è composta da centinaia di dialetti locali».

Per la Direzione investigativa antimafia (Dia) la mafia albanese (in lingua: Mafja Shqiptare) si conferma altamente pericolosa, anche per gli stretti legami paritari con la ’ndrangheta, che si esprimono in forme di mutuo scambio di servizi. Si occupa in particolare del traffico di sostanze stupefacenti e di esseri umani, e della vendita illegale di armi. Fa affari alla pari con i narcotrafficanti colombiani ed ecuadoriani. «Gli albanesi seguono le regole dell’omertà e del silenzio, secondo il loro codice d’onore chiamato Besa. Essi giurano fedeltà all’organizzazione a ogni costo, non solo della propria vita, ma anche di quella dei propri familiari. Raramente ci sono collaboratori di giustizia, per questo è difficile smantellare queste reti. Molti dei loro proventi sono reinvestiti in progetti edilizi e turistici in Albania e utilizzati per finanziare politici corrotti», conclude Musacchio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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