Le madri di fronte alla guerra e la retorica della pace

Qual è il primo pensiero di una madre quando scoppia una guerra? Non che è una roba brutta, non che ci saranno problemi economici. Quelli vengono dopo. Il primo pensiero è uno solo: dovrò mandarci mio figlio? Dovrò vederlo partire senza sapere se quando tornerà? La risposta è una sola: non voglio. In questi momenti tutte le differenze di genere, i dettagli, le precisazioni si appiattiscono davanti alla paura.
Tutti siamo terrorizzati alla sola idea di dover sacrificare i nostri bambini per l’ennesima Crociata. Non crociata per modo di dire, quella in corso è una Crociata come quelle antiche, degli uomini dell’ovest contro quelli dell’est. Altre modalità, ma stessa violenza della Guerra di Troia, la prima crociata in assoluto. Quella era per lo stretto dei Dardanelli, questa per lo stretto di Hormuz. Stavolta ci siamo evoluti, perché oltre ai nostri bambini potremmo dover immolare le nostre bambine. La parità ha un prezzo. Che peraltro, quanto pare di capire, nessun italiano dovrà pagare, giacché il Ministro della Difesa in persona, trovandosi inopportunamente in zona non di scontri ma diciamo non sicura, dopo essere tornato confuso e infelice, ha dichiarato: «c’erano lì i miei figli» (in vacanza, intendiamoci), candidandosi al premio «Mamma d’Italia 2026». Quindi possiamo stare tranquilli: se il Ministro ha considerato priorità assoluta la salvaguardia dei suoi pargoli lo farà anche con i nostri. Giusto, vero?

Peccato che in altri posti non funzioni in modo così commovente. Le donne combattono in più di un paese. Con il velo o senza, non pensiamole di fianco ai loro uomini, di supporto. No, combattono davvero. Al fronte, in piazza, nelle case per difendere i bambini loro e altrui. Oggi, inteso come oggi otto marzo 2026, decine di migliaia di donne sono in prima linea, in senso non solo metaforico.
E poi l’altro giorno, in un contesto surreale, arriva Melania Trump, first lady che in realtà si chiama Knavs, ma anche Marie Curie si chiamava Skłodowska. Paragone forse azzardato, ma, come Marie fu la prima donna a essere insignita di un Premio Nobel (unico essere umano ad averne presi due in discipline diverse, fisica e chimica), Melania è la prima first lady nella storia delle Nazioni Unite a presiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza. E l’ha fatto proprio mentre suo marito bombardava l’Iran.
Inutile e banale porsi domande sugli effettivi meriti di Melania (domande che nessuno mai oserebbe porsi sull’immensa Marie), ma, proprio mentre il marito giocava con le armi, Ella ha proferito tra le altre le seguenti parole (il video è su youtube, dopo pubblicità di uno shampoo): «Le mie condoglianze per gli eroi che hanno sacrificato le loro vite per la libertà. Auguro una pronta guarigione a tutti quelli che sono stati feriti. Siete nei miei pensieri e nelle mie preghiere in questi tempi difficili. Gli Stati Uniti sono a fianco di tutti i bambini del mondo. La pace non deve essere fragile. I conflitti nascono dall’ignoranza. La conoscenza crea comprensione, sostituendo la paura con la pace e l’unità. Gli Stati Uniti sono di fianco a tutti i bambini del mondo. Spero che la pace sia con tutti voi». Chiusura un po’ ecclesiastica, ma lei è cattolica. Segue pubblicità di fondotinta di nuova generazione.
Un episodio surreale, svoltosi mentre i droni del coniuge volavano vicino a bambini lontani, mentre giovani donne lottavano per la libertà. Melania si è prestata a un evento che forse poteva essere evitato, vista la situazione. L’Onu non ha eccepito, confermandosi un organismo messo lì di bellezza (si fa per dire).
Ma la domanda è: Melania manderebbe il suo unico figlio in guerra? Certo che no. Lei lo ha mandato all’università, poiché «la conoscenza crea comprensione», in specie quando te la puoi permettere. Le donne che ogni giorno combattono affinché la conoscenza e la comprensione siano pienamente raggiunte da tutte le società o non hanno figli perché sono ragazzine o li hanno già persi o sperano che arrivino sani e salvi alla prossima alba. In qualsiasi modo uno la pensi, un bambino barbaramente ucciso rimane un bambino morto. Melania, slovena nata quando il suo paese faceva parte della Jugoslavia, è figlia di un venditore di auto e di un’operaia tessile. Sua madre a quei tempi lavorava a Sevnica alla Jutranjka, fabbrica specializzata in abbigliamento per l’infanzia. Chissà se Melania quando parlava all’Onu ha pensato alla sua mamma. Una donna che faceva vestitini per bambini vivi. Alcuni dei quali in seguito sono probabilmente morti in guerra.
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