La logica della violenza e i suoi paradossi, dal privato ai conflitti

Sarà un fenomeno che si rinnova nel tempo, però è un dato di fatto prioritario che attualmente si continua ad invocare la sicurezza mentre la violenza dilaga in ogni ambito del vivere civile e sociale. Si invocano più leggi di tutela e al contempo si teme che, conseguentemente, vengano ridotte le libertà individuali, utilizzando proprio l’operato distruttivo di fasce organizzate di violenza preordinata e finalizzata programmaticamente a creare disordine.
La violenza organizzata, di gruppi minoritari e dedicati alla contestazione alla radice del diritto statuale, chiama in causa l’intrecciato rapporto tra forze di polizia e conseguente operato della magistratura. Fino a dove l’azione di contenimento di poliziotti e carabinieri può estendersi, legittimamente, a prevenzione e reazione a tutela dell’ordine pubblico? E quando può scivolare in un arbitrario uso di una controviolenza di Stato, che può raggiungere ignari cittadini? Qui entra in gioco la politica con le sue leggi. E ci si divide su contenuti e finalità.
Proprio la politica è chiamata a disegnare i rispettivi confini e a dichiarare quanto è legale, e va attuato pena il venir meno ai propri doveri pubblici, e ciò che è non solo arbitrario ma illegittimo e va sanzionato con fermezza e celerità. Il cittadino misura la portata personale delle minacce che vengono esercitate e chiede, conseguentemente, come comportarsi nel ventaglio delle possibili reazioni.
Resta il problema che, fatte le leggi, si apre la questione della loro interpretazione ed applicazione. Gli intendimenti, che innescano provvedimenti di sicurezza, sono affidati a quanti ne sono i destinatari e possono essere interessati anche a distorcerli, per far valere le proprie ragioni. Una legge, fatta per uno scopo dichiarato, può essere utilizzata anche per contestarlo e negarlo.
La questione è ulteriormente complicata da una situazione che vede la violenza esercitata, a piene mani, anche nei rapporti privati. Sia la violenza fisica contro altre persone, giudicate come nemici concorrenti, sia la verbale, utilizzata per demolire le ragioni altrui. Ciò che può valere in questa casistica privatistica è trasferibile nell’altra sfera? La violenza fisica interpersonale, dato il dilagare del suo esercizio, è ormai un fatto pubblico di grande spessore.
Così la violenza verbale, che viene usata per delegittimare chi esprime opinioni diverse dalle proprie e assecondare scelte di opposto tenore. Le violenze di Torino sono lì a palesare la distanza tra il dire e il fare pacificazione. Lo scontro verbale, crescente di giorno in giorno, tra i comitati del sì e del no al referendum di marzo sulla riforma della giustizia, rappresenta tutta la difficoltà di trovare un’intesa sui fondamentali del patto sociale ed anzi la volontà di scriverlo con impostazioni antitetiche rappresentate come baluardo delle libertà minacciate dall’altra parte. Lo scontro tra magistrature e politica è all’apice.
Complicato auspicare la pacificazione quando la violenza è il sale che condisce le relazioni personali ed interpersonali. Le invocate tregue olimpiche dovrebbero estendersi a tutti i campi e favorire un cambio di mentalità. La pace non può scaturire da una guerra continuamente praticata ed auspicata. Urge un cambio di mentalità per non consegnarsi alle violenze.
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