Le ambiguità e gli errori del team di Kamala Harris

Un’analisi all’origine della sconfitta dei democratici alle elezioni Usa
Kamala Harris - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Molto è stato scritto a commento dell’esito delle elezioni americane, prevalentemente letto come la conferma dell’avvento di un processo destinato a segnare l’affermazione di una destra in via di conquistare una supremazia sempre più probabile e tesa a stravolgere i tradizionali assetti delle democrazie.

Se ieri si parlava della fine della storia ormai consegnata all’occidentalizzazione del mondo, un «mondo piatto», oggi il paradigma pare destinato a rovesciarsi e c’è già chi teorizza un imminente collasso della democrazia liberale, solo a considerare i tre grandi imperi – America, Russia, Cina, ma si aggiunga pure l’India – guidati da personaggi – da Trump a Putin, da Xi Jinping a Modi – i quali poco hanno a che spartire con il modello progressivamente affermatosi dopo la sconfitta e il crollo dei totalitarismi.

Conviene allora tornare ad interrogarsi su quella che è stata definita una «vittoria a valanga» conquistata da Donald Trump. Lo ha fatto in modo convincente – uno tra i pochi osservatori –, uno storico autorevole come Guido Formigoni, il quale più che di un successo travolgente del tycoon statunitense parla di una cocente sconfitta di Kamala Harris.

Quest’ultima non solo ha perso praticamente tutti gli Stati in bilico, dal Nord al Midwest – Wisconsin, Michigan, Pennsylvania –, ma, ottenendo 73 milioni di voti rispetto agli 81 guadagnati da Biden alle consultazioni di quattro anni fa, ha subito un vero e proprio tracollo, consentendo ai repubblicani che pure crescono di «soli» due milioni di consensi – da 74 a 76 – di risultare vincenti anche quanto al conteggio complessivo. Esattamente il contrario di quanto avvenuto in occasione del confronto tra lo stesso Trump e Hillary Clinton e in controtendenza se si considera il trend di lungo periodo dei repubblicani.

Le cause della débâcle della Harris sono state ricondotte a molteplici motivazioni: la tardiva ritirata di Biden, il sospetto dell’elettorato statunitense nei confronti di una possibile presidente donna, la debole prova di sé offerta dalla candidata democratica negli anni della sua vicepresidenza, la scarsa popolarità dell’Amministrazione uscente, la perduranza di un ciclo inflattivo che ha penalizzato le classi medie e i ceti popolari nonostante le brillanti performance dell’economia, gli investimenti di sostegno al welfare, il supporto offerto alla politica industriale e gli incentivi fiscali finalizzati a favorire la transizione ecologica. E ancora: le posizioni ambigue della Harris in tema di sicurezza e di immigrazione che hanno alimentato forme di razzismo concorrenziale e fatto declinare il consenso di neri e ispanoamericani, l’estremismo woke di settori dell’intelligencija democratica, nonché una campagna elettorale prevalentemente «contro» invece che propositiva, quanto inabilitata a fronteggiare la predicazione populista di Trump.

Di converso, solo un programma di massicci investimenti pubblici nel sociale avrebbe potuto contrastare il successo repubblicano. L’indeterminatezza, infine, dell’idea di «prosperità condivisa» lanciata da Harris, come ancora Formigoni suggerisce.

Tutto questo è certamente vero, ma resta che gli Stati Uniti sono ancora un Paese fortemente polarizzato e i democratici sono risultati sì soccombenti, ma non in ginocchio come ai tempi di Ronald Reagan, allorché hanno dovuto scontare una indubbia minorità pure sul piano ideologico-culturale. Si aggiungano poi tutte le incognite che il futuro riserva a Trump quanto alla possibilità e capacità di tradurre in policies concrete le promesse propalate e le aspettative suscitate , come peraltro comprovato dalla precedente prova alla presidenza. E questo vale tanto per la politica interna – espansione del debito pubblico, conflitti con vasti settori dell’apparato statale, forti tensioni sociali dovute all’aumento dei costi come esito della politica daziaria-, quanto per quella internazionale, laddove le condizioni di agibilità delle promesse enunciate – la pace subito, la soluzione della guerra russo-ucraina e di quella israelo-palestinese – e le linee di politica estera avanzate vanno commisurate alla presenza di interlocutori tesi a ridimensionare la potenza americana e le prospettive del Make America Great Again.

Infine il ruolo di Elon Musk: si accontenterà di fare da comprimario o le sue ambizioni di potere lo porteranno ad una rotta destabilizzante? Un interrogativo cui neppure l’intelligenza artificiale saprebbe oggi rispondere.

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