L’autonomia è attesa da tempo

Quello dell’autonomia differenziata è un tema annoso, spesso divisivo. Finora abbiamo visto scontrarsi posizioni ideologiche diverse: da un lato assistiamo a un approccio salvifico, come se approvare l’autonomia significasse cambiare per sempre il rapporto Stato – Enti locali; dall’altro, c’è un approccio catastrofico, quello dello Spacca-Italia, del divario Nord-Sud e dell’aumento delle disuguaglianze. A mio avviso, sono entrambi sbagliati. Entrambi ci portano fuori strada.
Siccome questo Paese ha vissuto per troppo tempo finte rivoluzioni, credo che oggi lo spirito giusto con cui affrontare il regionalismo differenziato sia un approccio autenticamente riformista.
Dobbiamo avere la maturità di guardare all’autonomia come un processo atteso da tempo, che va ad attuare la Costituzione, che si lega inevitabilmente ai diritti di cittadinanza e a quel federalismo fiscale previsto dagli articoli 119-120 della Carta. Federalismo che compare proprio tra le riforme del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, a cui è collegata una rata da ben 32,8 miliardi di euro.
Dobbiamo andare, quindi, oltre le contrapposizioni e provare ad analizzare la questione in questi termini. Certo, il testo messo a punto dal ministro Calderoli non è la migliore delle leggi possibili, ma il dibattito sui contenuti del provvedimento continua ad esser viziato da un eccesso di ideologia. E questo non è un bene. Né per il Nord né per il Mezzogiorno.
Sono da sempre favorevole all’autonomia, tanto da averla anche votata in Parlamento, in continuità con il lavoro svolto come ministro del governo Draghi. Criticarla è politicamente legittimo, eppure leggendo i giornali mi pare che si stiano raggiungendo vette che sfidano il principio di non contraddizione. Anche la strada del referendum rischia di essere una trappola, sia che vinca il sì, sia che vinca il no o molto probabilmente l’astensione.
Il vero tema da affrontare, quindi, non è se attuare o meno l’autonomia, bensì come realizzarla. E l’unica strada percorribile è, a mio avviso, quella di definire e finanziare i livelli essenziali delle prestazioni.
Per questa ragione, in Senato mi sono battuta per collegare il finanziamento dei Lep alla concessione di nuove forme di autonomia. È la stessa legge Calderoli che prevede maggiore autonomia su una determinata materia solo se in quella materia sono assicurati i finanziamenti per rendere i Lep uniformi in tutto il territorio nazionale. È questa la direzione da seguire. L’autonomia non è una rivoluzione, ma una riforma. Mettiamo da parte le contrapposizioni e accompagniamo con impegno e pazienza la realizzazione faticosa dei cambiamenti. Solo così, forse, questo dibattito farà un salto di qualità.
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