Molti interrogativi sull’autonomia

Aspettiamo il 12 novembre per capire quale sarà il destino della riforma dell’«autonomia differenziata». La Corte deciderà in quei giorni sul ricorso delle Regioni guidate dal centrosinistra contro la legge n.86/2024 firmata dal ministro Calderoli. È un appuntamento che fa anche capire il peso della battaglia non conclusa per il posto mancante di giudice costituzionale.
Tutti capiscono che il destino di quella legge peserà sulle sorti del governo per la ovvia ragione che uno dei partner della maggioranza, la Lega, lo considera un elemento della propria identità e come tale un «pilastro del programma di governo» (per usare le parole di Luca Zaia). Contro quella legge già un milione e duecentocinquantamila cittadini hanno firmato la proposta di referendum abrogativo che già da ora possiamo mettere nell’agenda politica.
Dunque la previsione è che nei prossimi mesi il confronto tra maggioranza e opposizione ma anche dentro l’opposizione, si articolerà polemicamente su questo tema. Dicevamo dentro l’opposizione: non sono poche infatti le riserve che stanno emergendo di fronte alle prime richieste delle regioni di trasferimento di competenze ora «concorrenti» tra Stato e Regioni, almeno di quelle che non presuppongono il raggiungimento dei Lep (questione che merita un discorso a parte).
Sono competenze sulle relazioni internazionali, sul commercio estero, sulla protezione civile. Il vicepremier Antonio Tajani, che è leader di Forza Italia, e il ministro Musumeci, che è un esponente di peso di Fratelli d’Italia in Sicilia, si sono subito opposti a questo trasferimento di poteri considerandolo irrealizzabile e sbagliato.
Del resto ormai non si contano più le occasioni pubbliche in cui i governatori di centrodestra del Sud si esprimono molto criticamente contro la riforma Calderoli. Il quale vorrebbe accelerare l’iter attuativo ma trova sulla sua strada ostacoli politici prima tra gli alleati e poi tra gli avversari. Gli uni e gli altri però utilizzano lo stesso ragionamento: non si possono spezzettare competenze che sono del governo nazionale perché esigono una unicità di decisione, direzione, organizzazione. Fare venti politiche estere sarebbe impensabile per uno schieramento trasversale che va da destra a sinistra.
Quest’ultima – che pure nel 2001 varò col governo Amato la molto discussa riforma del Titolo V della Costituzione che è in realtà la «matrice» del testo Calderoli – paventa lo sbriciolamento dell’unità nazionale e la penalizzazione delle regioni più svantaggiate, cioè quelle del Mezzogiorno. E qui interviene il tema dei Livelli Essenziali di Prestazione senza la cui approvazione previa la legge sarebbe largamente inapplicabile.
Ma poiché per assicurare gli stessi Lep nei «diritti sociali e civili» di tutti gli Italiani servirebbe una montagna di miliardi che non ci sono e chissà quando ci saranno, ecco un’altra ipoteca sul destino di questa legge. La cui ispirazione di fondo è quella di avvicinare il più possibile il livello decisionale al cittadino, al territorio, alla comunità locale ma che suscita non poche riserve anche tra i costituzionalisti che ne vedono più i difetti che i pregi. E pongono una domanda cui non si può sfuggire: la foresta normativa che avvolge le mura della Repubblica e ne rende lenti e artritici i movimenti, sarebbe disboscata o concimata dall’autonomia differenziata? Sono domande che aspettano una risposta «laica»tanto, pragmatica.
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