C’è uno spettro che aleggia sull’Algeria: è quello del «decennio nero», la cui memoria è dura a morire. Il lungo conflitto interno cominciato nel 1992 - data del colpo di Stato militare - e conclusosi nel 2002, intrappolò la popolazione tra esercito regolare da una parte e gruppi fondamentalisti dall’altra. Una vicenda sanguinosa ed efferata che ha registrato 250mila persone ammazzate.
Questa memoria è tra le ragioni che hanno permesso, nel 2019, l’elezione del presidente Abdelmadjid Tebboune, e che probabilmente, lo scorso sabato 7 settembre, ha contribuito alla sua riconferma, praticamente plebiscitaria.



