Italiani sfiduciati e più polarizzati

Il vento di destra che soffia in Occidente riaccende ovunque vecchi allarmi. I risultati delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo e il voto francese testimoniano infatti come la destra radicale eserciti un fascino quasi irresistibile per una quota crescente di cittadini. E anche per questo sono tornati ad affacciarsi i timori sul rischio di involuzioni autoritarie o illiberali.
Per quanto riguada l’Italia, i dati dell’Osservatorio sullo stato della democrazia italiana, avviato dal Centro Polidemos dell’Università Cattolica in collaborazione Ipsos, forniscono un quadro in parte - ma solo in parte - rassicurante. L’indice di autoritarismo misurato dall’Osservatorio registra infatti una «temperatura» abbastanza bassa. Gli intervistati con tendenze più o meno fortemente autoritarie risultano essere cioè una minoranza piuttosto esigua (pari al 9%).
E la maggioranza del campione appare nettamente ostile all’idea di un leader forte che, pur di realizzare i propri obiettivi politici, sia disposto a violare le regole. Non possono però essere sottovalutati altri elementi, che invitano a leggere i dati in modo più problematico. Per esempio, gli intervistati che dichiarano di preferire una società democratica, pur con tutti i suoi problemi, rispetto a un efficiente regime dittatoriale, sono la maggioranza (55%), ma il dato fa registrare un calo significativo (del 6%) rispetto solo a sei mesi fa. Se fosse confermata, potrebbe trattarsi di una tendenza quantomeno rilevante.
Ci sono inoltre almeno due altri elementi utili per decifrare la condizione emotiva in cui si trova oggi buona parte della società italiana. Il primo è rappresentato da una profonda e all’apparenza inestirpabile sfiducia. Ed è rilevante perché non si tratta soltanto della sfiducia verso la politica e i suoi attori a cui siamo abituati da decenni. È infatti una sfiducia che investe le visioni del futuro e persino i rapporti interpersonali.
Per molti versi non stupisce il fatto che una maggioranza schiacciante ritenga che i politici siano interessati soprattutto a preservare i loro privilegi (78%) o che gli interessi della classe politica siano in contrasto con il benessere della gente comune (71%). È invece forse più sorprendente - o comunque significativo - il fatto che molti pensino che le giovani generazioni siano destinate a un futuro peggiore dei loro genitori (69%), che l’Italia sia un paese in declino (58%), o addirittura che sia meglio non fidarsi degli altri (58%). Il dato è importante proprio perché non è legato strettamente alla dimensione politica, anche se naturalmente può influenzare gli orientamenti di voto (e dunque eventualmente il non voto).

Si possono dunque ipotizzare iniezioni congiunturali di entusiasmo (per esempio, all’indomani delle elezioni). Ma è davvero molto difficile immaginare che la visione generale nei confronti del futuro possa cambiare segno, se non con tempi lunghi. Come sappiamo, una profonda sfiducia sistemica può rivelarsi una potente sostanza corrosiva per la stabilità delle istituzioni democratiche.
Un altro dato, che rappresenta per molti versi l’altra faccia della sfiducia, non può inoltre essere sottovalutato. Si tratta della percezione delle minacce che potrebbe insidiare il quadro democratico. Alla domanda su un possibile ritorno del fascismo, quote significative ritengono che sia un pericolo reale ma che al momento non riguarda l’Italia (19%) o che rappresenti solo un’eventualità teorica (27%). Quasi un quarto del campione (23%) risponde invece che sta già avvenendo (e il valore sale al 29% tra le generazioni più anziane).
Un valore di questo genere indica implicitamente un livello consistente di polarizzazione. E per quanto la polarizzazione in Italia non sia un fatto nuovo, la percezione che sia già in atto uno scivolamento autoritario potrebbe conferire alla contrapposizione fra i poli un’intensità più elevata rispetto al passato.

Ovviamente è presto per capire se anche in Italia si debba assistere a una radicalizzazione del confronto simile a quella cui ci hanno abituati gli Stati Uniti negli ultimi anni, o verso cui sembra oggi indirizzata la Francia. Ma si tratta di una tendenza da non sottovalutare e da monitorare anche in futuro.
Damiano Palano - Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica
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