Israele in campo, lo sport davanti al bivio morale

Gianluca Barca
Molti vorrebbero che venisse riservato alla squadra lo stesso trattamento adottato per la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina
La squadra di calcio israeliana - © www.giornaledibrescia.it
La squadra di calcio israeliana - © www.giornaledibrescia.it
AA

Giocare o non giocare contro Israele, questo è il dilemma. Da molte parti, nelle ultime settimane, si sono levate voci che chiedevano di non disputare una partita con forti implicazioni politiche e sociali. Tutti sanno quel che è successo a Gaza e ancora succede in Cisgiordania e molti vorrebbero che in conseguenza di ciò a Israele venisse riservato in ambito sportivo (e non solo) lo stesso trattamento adottato nei confronti della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.

Dal mese di ottobre del 2023 il comitato olimpico russo è stato sospeso dal CIO. Alle grandi manifestazioni internazionali, gli atleti russi possono partecipare solo a titolo individuale, senza bandiera e senza riconoscimento nazionale. Le squadre della Federazione russa sono escluse delle competizioni. Giocatori e tecnici azzurri, intervistati, sull’opportunità o meno di sfidare martedì gli israeliani a Udine, si barcamenano. In effetti non dovrebbero essere loro a prendere posizioni a livello individuale.

Nelle scorse settimane, l’Uefa aveva fatto balenare l’ipotesi di escludere le squadre israeliane dalle competizioni calcistiche europee, il che avrebbe avuto inevitabili ripercussioni anche sulle qualificazioni per la Coppa del Mondo 2026, visto che la fase europea è gestita dall’organismo continentale. Non ne è scaturito alcunché.

La storia dello sport è piena di vicende simili, nessuna della quali ha fatto giurisprudenza. Negli anni Settanta e Ottanta, sulla spinta dell’indignazione internazionale nei confronti dell’apartheid, il Sudafrica venne escluso da quasi tutte le più importanti manifestazioni internazionali. A quell’epoca, l’opinione pubblica metteva alle strette i governi nazionali. Nel 1974, tuttavia, i British & Irish Lions, la selezione dei migliori giocatori di rugby di Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda, accettarono di sfidare gli Springboks in un lungo tour tra Johannesburg, Città del capo e Pretoria.

John Taylor, terza linea del Galles sicuro titolare della formazione, rinunciò alla trasferta spiegando che «la sua partecipazione lo avrebbe fatto sentire complice di quel sistema discriminatorio». Scelta legittima e ammirevole. Si può oggi chiedere a singoli professionisti (i rugbisti all’epoca non lo erano) di prendere posizioni dove non lo fanno le istituzioni?

Nel 1976, nonostante accesi dibattiti che coinvolsero anche il Parlamento e le forze politiche, l’Italia accettò di giocare in Cile la finale di Coppa Davies, poi vinta dagli azzurri: il desiderio di fregiarsi di un titolo sportivo prevalse sulla ferocia del regime di Pinochet. Adriano Panatta, numero uno della squadra italiana, volle esprimere la sua contrarietà a ciò che accadeva laggiù indossando in campo una maglietta rossa che a suo modo ha fatto storia.

Nel 1980, il boicottaggio ai Giochi di Mosca, per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, fu gestito dalla politica, come spesso accade, «a tarallucci e vino»: no alla partecipazione degli atleti appartenenti ai corpi militari, via libera viceversa agli altri, Mennea, Ezio Gamba, dimessosi dall’arma dei Carabinieri giusto in tempo per poter andare a prendersi la medaglia d’oro del judo, Sara Simeoni…

Ezio Gamba, judo bresciano oro alle olimpiadi di Mosca del 1980 - New Eden Group © www.giornaledibrescia.it
Ezio Gamba, judo bresciano oro alle olimpiadi di Mosca del 1980 - New Eden Group © www.giornaledibrescia.it

Quando nel 1991, alla vigilia dei Mondiali di Sci Alpino, l’inizio dell’operazione Desert Storm mise in discussione la disputa di quella manifestazione, Marc Giradellli tagliò corto: «Ci sarebbe sempre una buona ragione per un boicottaggio o la cancellazione di una competizione: la Guerra in Vietnam, la Palestina...perché solo noi sportivi dovremmo prendere una posizione?».

Giusta domanda, se nemmeno al giocatore del Milan Adrien Rabiot viene riconosciuto il diritto di avere un’opinione, su un tema per di più che lo riguarda in prima persona: ossia che giocare in Australia il prossimo febbraio la partita di campionato Milan-Como è una follia. L’amministratore delegato della Lega Calcio Luigi De Siervo, lo ha ammonito: «Sei pagato per questo, porta rispetto al Milan». Figuriamoci dire la propria su Israele. Gol!!!

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.