In Iran un esercito strutturato su un terreno complicatissimo

Usa e Israele confidano nel fatto che la vastità delle operazioni aeree sia sufficiente ad annullare o quanto meno ridimensionare in maniera decisiva la capacità dell’Iran di costituire una minaccia per l’instabile regione medio orientale. Assai meno probabile, però, appare la possibilità di destrutturarne l’assetto politico statuale, da quasi quarant’anni intrecciato a quello religioso. Risultato che per essere certo avrebbe bisogno di una prevalenza militare anche sul territorio: i famosi «boots on the ground», stivali sul terreno, senza i quali non c’è alcuna possibilità di controllo su un Paese.
⭕️ LIVE: Donald Trump is delivering remarks in Hebron, Kentucky, where he tells supporters that Iran “doesn’t know what the hell hit them” following the ongoing war. https://t.co/tCuyEYkb1Z
— Al Jazeera English (@AJEnglish) March 11, 2026
I pianificatori militari israeliani e statunitensi non possono non aver prospettato ai decisori politici che una simile opzione non è praticabile in Iran, a meno di non voler rischiare conseguenze imprevedibili e devastanti sotto ogni punto di vista.
L’Iran, che non confina con chi lo attacca, è una nazione enorme di 1,648 milioni di km quadrati: quasi quattro volte l’Iraq, oltre due volte l’Afghanistan, più di Francia, Spagna e Germania messe assieme. È in gran parte montuoso (l’altitudine media è 1.200 metri), con due grandi catene nel Nord Ovest, i monti Zagros (le cui viscere celano fabbriche e siti missilistici) e gli Elburz, e l’arido nel centro-Sud. Gli iraniani sono 92,6 milioni: la capitale Teheran ha 7,1 milioni di abitanti, Mashhad 2,1, Esfahan 2 e Shoraz 1,3.
Un incubo per qualunque pianificazione militare terrestre, pur con centinaia di migliaia di soldati. Inoltre le forze iraniane, al di là della quantità di missili ancora impiegabili dopo gli attacchi israelo-americani, contano su numeri consistenti e un’organizzazione multi-strutturata: l’esercito regolare (Artesh) ha 350mila soldati (quattro volte quello italiano) con 1.500 carri armati e 7.000 pezzi di artiglieria; poi ci sono 180mila Pasdaran (Guardie della Rivoluzione islamica), élite ideologica-militarizzata, esperti nella guerra asimmetrica, di cui fa parte Forza Quds, per operazioni speciali e intelligence; a questi va aggiunta la milizia Basij, massa critica di paramilitari volontari, oggi già in buona parte mobilitati, che può contare su milioni di uomini (l’età media degli iraniani è 32 anni, contro i 46,7 degli italiani).
Confidare su un indebolimento del Paese a causa dei danni inferti dal cielo potrebbe, militarmente parlando, rivelarsi errore gravissimo. Lo stesso che commise Saddam Hussein nel 1980 quando, contando sulle divisioni popolari iraniane e sulla debolezza del neo regime confessionale di Khomeyni, tentò di occupare la regione petrolifera del Khuzestan: la reazione fu opposta a quella sperata e gli iraniani si compattarono, Teheran passò anche all’offensiva e la guerra durò otto anni, causando milioni di morti. Dopo quasi quarant’anni, nell’Esercito non ci sono più ufficiali dello Scià Reza Pahlavi: le Forze armate sono costituite solo da personale inserito dal governo islamico ed è difficile ipotizzare che possano rovesciare gli Ayatollah che li han formati.

Va considerato poi che «Epic fury» comporta un’usura importante dell’imponente apparato bellico israelo-statunitense: le centinaia di lanci di missili e droni iraniani implicano consumi elevati di armi antiaeree, che non sono in numero illimitato. Gli Usa, ad esempio, non possono per ora produrre più di 700 missili Patriot all’anno, tant’è che alcune batterie di questi sono in trasferimento dalle basi della Corea del Sud al Golfo, sguarnendo così un fronte delicato (per non parlare dell’ulteriore impoverimento delle scarne difese dell’Ucraina).
THERE IS NO BETTER MILITARY THAN THE UNITED STATES OF AMERICA. 🦅
— The White House (@WhiteHouse) March 11, 2026
Anche gli aerei non possono volare più di un certo numero di ore senza manutenzione e ci sono equipaggi di portaerei, come quello della Ford, in missione da trecento giorni (e l’arrivo annunciato di una terza nave servirebbe proprio ad avvicendarla). Se poi si rendesse necessario scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz le operazioni diverrebbero ancor più onerose oltre che rischiose: le navi transitano a pochi km dalla costa a tiro, oltre che della semplice artiglieria, degli onnipresenti droni, economici e disponibili in gran numero. Non resta che sperare che l’affermazione di una guerra destinata a durare ancora per poco sia qualcosa di più concreto che una dichiarazione di Trump indirizzata ai mercati.
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