C’è un errore strategico che l’Europa continua a commettere nel dibattito sull’intelligenza artificiale: stiamo usando la metrica sbagliata per definire la competizione.
Abbiamo accettato implicitamente che il campo di gioco dell’AI coincida con quello costruito dagli Stati Uniti: foundation models, hyperscaler, capacità computazionale quasi illimitata, investimenti da centinaia di miliardi. E, partendo da questa premessa, ci siamo convinti che il problema europeo fosse recuperare terreno su quello stesso campo. Ma è una lettura sbagliata.
L’Europa non vincerà replicando il modello capital-intensive americano, che è il prodotto di un ordine tecnologico costruito in decenni di leadership: dall’architettura di internet al dominio del cloud, dagli ecosistemi software al controllo delle principali piattaforme digitali globali. In larga misura, il terreno su cui oggi si gioca la partita dell’AI è stato progettato dentro un perimetro di influenza statunitense consolidato nel secondo dopoguerra.
I numeri aiutano a mettere il problema in prospettiva: tre hyperscaler statunitensi controllano oltre il 65% del mercato europeo del cloud. Nel 2024, mentre gli Stati Uniti continuavano a dominare la frontiera dei modelli fondazionali e la Cina accelerava rapidamente, l’Europa restava marginale. Ma il vero errore non è essere indietro. Il vero errore è aver concluso che questa sia l’unica partita che conta.
La Cina, pur partendo da condizioni molto diverse, ha mostrato una maggiore flessibilità strategica: ha accelerato sull’adozione di modelli open source (che possono essere scaricati, adattati e migliorati direttamente dagli sviluppatori) integrandoli rapidamente in ecosistemi industriali concreti, dalla manifattura avanzata alla robotica. Questo crea un meccanismo potente: modelli più adattabili, capacità di personalizzazione locale e un ciclo di miglioramento continuo alimentato direttamente dagli sviluppatori e dalle applicazioni domestiche.
L’Europa, invece, ha spesso trasformato la regolazione in strategia. Ha smesso di chiedersi quale ruolo voglia occupare e ha iniziato a concentrarsi soprattutto su come disciplinare traiettorie definite altrove. L’Effetto Bruxelles è uno strumento di potere solo finché opera dentro un sistema in cui gli altri riconoscono quel potere. Se l’innovazione si sposta altrove, la regolazione da sola non basta a costruire leadership.
La domanda, quindi, non è come costruire un «OpenAI europeo», ma in quali vantaggi strategici possiamo ancora costruire. Il primo riguarda le nuove infrastrutture tecnologiche: se il cloud hyperscale e i foundation models sono oggi dominati da pochi attori globali, esistono nuovi spazi come edge computing (capacità computazionale distribuita in dispositivi locali) o il quantum computing. L’Europa deve contribuire a ridefinire il paradigma successivo.
Il secondo riguarda il talento. L’Europa continua a formare capitale umano di altissimo livello, spesso destinato però a creare valore altrove. Il problema non si risolve con incentivi al rientro, che restano misure marginali. Serve un meccanismo strutturale di partecipazione: chi è stato formato con risorse pubbliche europee e genera reddito fuori dall'Ue contribuisce, per un periodo definito, a un fondo europeo per l'innovazione. Non come sanzione, ma come riconoscimento che il legame tra individuo e sistema che lo ha formato non si esaurisce con la geografia. Il principio non è estraneo alla pratica internazionale: gli Stati Uniti tassano i propri cittadini ovunque risiedano, riconoscendo esattamente questa continuità economica.
Il terzo riguarda il mercato unico: è urgente completare l'Unione dei mercati dei capitali, armonizzare le norme per avviare un'impresa, permettere la libera circolazione reale dei professionisti.
L’Europa non ha bisogno di inseguire una copia del modello americano. Non si tratta di ritirarsi dalla competizione tecnologica. Si tratta, finalmente, di scegliere il proprio campo di gioco.
Lorenzo Maternini – Membro della commissione IA per l’informazione della Presidenza del Consiglio dei ministri



