Inclusione e derive trumpiane, la lezione della filosofia greca

Sara Bignotti
Gli antichi pensatori forniscono strumenti per pensare a bene comune e responsabilità collettiva, per un’inclusione fondata sull’ascolto, sulla dialettica e sulla dignità di ogni vita
Donald Trump al World Economic Forum di Davos - Foto © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump al World Economic Forum di Davos - Foto © www.giornaledibrescia.it
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Si intitola «Filosofia, inclusione, comunità» il libro (edito da Scholé, 16 euro) che sarà presentato domani, venerdì 23 gennaio, dal suo stesso autore, Luca Grecchi, docente di Filosofia Morale e Storia della filosofia all'Università Bicocca di Milano. L’incontro si terrà alle 20.45 al Monastero di San Pietro in Lamosa, a Provaglio d’Iseo (via Monastero, 5). Al centro «Il coraggio dell’inclusione: la filosofia greca come modello per la vita comune e per un pensiero inclusivo», tema su cui si sofferma anche la seguente riflessione di Sara Bignotti, vicedirettrice di Editrice Morcelliana, che dialogherà con l’autore.

Fece il giro del mondo, e in una parte di esso anche un certo scalpore, la dichiarazione di Trump nella conferenza stampa del 31 gennaio 2025 riguardante il disastro aereo di Washington. Presto metabolizzata dal dibattito pubblico come una delle tante meteore, non se parlò più come spesso accade per l’urgenza della cronaca di inseguire eclatanti vicende solo apparentemente non correlate. Come si sa, in quella dichiarazione – appartenente al genere delle varie dichiarazioni di guerra cui siamo divenuti avvezzi – il Presidente degli Stati Uniti imputava la responsabilità dell’accaduto alle politiche di inclusione dei suoi predecessori, Joe Biden e Barack Obama, e di assunzione nell’aviazione di «persone non qualificate, con disabilità fisiche o psichiche».

Una presa di posizione che si colloca nel solco della lotta americana alle politiche Dei (Diversity, Equity, Inclusion) riguardanti immigrati, donne, Lgbtq+, ma che con quelle feroci parole sdoganava – in USA e nel resto del mondo – l’attacco diretto alla categoria delle persone disabili, rimasta fino ad allora protetta da un velo di «pudore». Non sinonimo di giustizia, certo, ma semmai effetto del «political correct» o dell’indifferenza sociale, anticamera del rifiuto stesso degli emarginati. Parole che tornano drammaticamente attuali. Tanto più se si spolvera la memoria collettiva a pochi giorni dagli anniversari della Shoah, ricordata il 27 gennaio, leggendo il volume di Luca Grecchi, «Filosofia, inclusione, comunità», che esamina il tema invitando a riflettere su alcune analogie storiche e mettendo al servizio dell’indagine la filosofia.

Il metodo di questa disciplina, di cui in Aristotele si trova la prima formulazione (insuperata, secondo l’autore), si fonda su tre pilastri: la visione dell’intero, e non di un suo specifico aspetto, nella conoscenza della «verità»; la ricerca del «bene», che valga per il singolo e per la comunità; la pratica della «dialettica» nell’argomentazione dei fatti e delle decisioni, preceduta sempre dall’ascolto.

Nel libro si rievoca il fenomeno della pulizia etnica nazista, cresciuto di dimensioni a partire dalla discriminazione dei più deboli, come testimonia il Museo della Shoah di Parigi, dove è conservata una collezione di fotografie di persone disabili rinchiuse nei lager. Le fotografie furono commissionate dal regime stesso con finalità di propaganda, ma subito ritirate perché sortivano l’effetto contrario: l’occhio del fotografo era riuscito a cogliere nello sguardo dei singoli esseri umani non «vite indegne, da eliminare», bensì «vite sofferenti, da conservare».

Sul crinale dell’ambiguità sociale verso queste vite si muove l’analisi, cercando di sgomberare il campo dai pregiudizi e provare a pensare scenari nuovi di inclusione, non per «uno solo»: «L’inclusione o è per tutti, o semplicemente non è». Una sfida comunitaria, da elaborare prendendo sul serio la definizione di disabilità della Convenzione Onu (2006): «Risultato della interazione tra persone con menomazione e barriere comportamentali e ambientali che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri».

Lo scalpore suscitato dalle parole iniziali, allora, non è del tutto da scartare, insieme alle cattive pratiche e esternazioni, ma può essere ricondotto a ciò che gli antichi filosofi greci chiamavano «Thauma»: non soltanto «meraviglia», ma «angoscia», «sgomento» di fronte a un problema, che richiede appunto lo sforzo del pensiero. E attorno ad esso integra e accomuna i più.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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