Questa storia mi è stata riferita dal nipote di Giambattista, che fu soldato durante la Seconda guerra mondiale e si trovava in Sicilia quando sbarcarono gli Alleati. La ritirata, attraverso lo Stretto, lungo la Calabria per poi piegare sulla Puglia fu costellata d’eventi che meriterebbero ciascuno una storia a parte. Fatto sta che uno degli elementi di continuità tra una tratta e l’altra fu la fame: quella vera, mordace, che ti fa stravedere e che ti potrebbe spingere a masticare qualsiasi cosa.
Nei pressi di Bari viene intercettato dagli Alleati e si trova impiegato nelle cucine che producono il cibo per le truppe. All’inizio mangiare pasti regolari gli pare una meraviglia. Dopo qualche tempo, gli sembra normale. Arriva il momento in cui lo spostano alla panificazione e si trova circondato da sacchi di farina bianca: un ingrediente che a quell’epoca era di difficilissimo reperimento. E’ tutta una riscoperta affascinante: l’impasto, la lievitazione, il profumo delle pagnotte appena sfornate. Quasi un ritorno ai sogni d’infanzia.
Giambattista è un tipo socievole e lega con i suoi compagni di lavoro. Sono tutti attorno ai vent’anni e sono pieni di vita, di fatti da raccontarsi, di congetture da confrontare, di speranze. A volte sono seri, altre scherzano e capita che si prendano in giro fino quasi a litigare sul serio. E’ in una situazione di questo genere che Giambattista prende una manata di pasta e la lancia contro il compagno, che ricambia il gesto. Volano, a quanto riferito nei racconti ai nipoti, almeno tre grossi grumi di impasto lievitato. Prima del quarto, si fermano nello stesso istante. Si guardano le mani, increduli, e recuperano tutto, sopraffatti dalla vergogna.
Decenni dopo, Giambattista ancora raccontava quell’episodio come riferendolo se espiasse una colpa. Il suo pentimento era innescato dalla consapevolezza che il benessere li aveva accecati. Si stupiva di quanto rapidamente avessero dimenticato la fame che avevamo patito. Circondati da quel bendidio, avevano cancellato il passato e persino il futuro, perché vivevano come se quel bengodi potesse essere eterno. Non lo fu, non lo è e nemmeno lo sarà. In effetti, dovremmo sollevare la testa e guardare fuori dal sacco.


