Il ricordo di mons. Franceschetti: lezione di fede e dialogo

Venti anni, sono passati venti anni dalla morte di mons. Gennaro Franceschetti. Sembra ieri, se prescindiamo dalle nostre fisionomie invecchiate. Il ricordo corale di lui, nel suo Centro pastorale Paolo VI, coincide con i cinquanta anni di attività di quella istituzione voluta da mons. Morstabilini e plasmata da don Gennaro. Farne memoria significa confrontarsi con il cammino compiuto e misurarsi con quanto ci attende. Morì a Fermo, dove era arcivescovo, ma la sua radice ha continuato ad operare pure a Brescia.
La sua figura è tratteggiata nel convegno da quattro testimonianze. Mons. Vincenzo Zani, bibliotecario ed archivista vaticano che con lui ha condiviso diverse esperienze pastorali; Mario Taccolini, presidente Fondazione Poliambulanza, che ne riassume l’impegno per una sanità di matrice cattolica; Luciano Eusebi, dell’Università Cattolica, suo amico e collaboratore; don Franco Brancozzi, vicario per la pastorale della Diocesi di Fermo, ordinato sacerdote da mons. Franceschetti. Nell’omelia della messa, che corona il convegno, il vescovo, mons. Antonio Tremolada, ne riassume gli aspetti forti della figura raccolti in questi anni, a dire di una memoria viva. Quasi tutti i presenti, nei dialoghi personali, sono narratori di esperienze di contatto con lui.
Quale la lezione che continua a bussare al cuore dei singoli e all’impegno delle istituzioni? L’affidamento convinto alla fede, la volontà di testimoniarla con la propria vita, l’atteggiamento dell’ascolto e dell’amicizia verso il prossimo, il rifiuto di sentirsi chiusi in una cittadella assediata. Nei convegni che mons. Angelo Gelmini, vicario episcopale per il clero, sacerdote di mons. Franceschetti quando fu parroco di Manerbio, ha annunciato si terranno nelle prossime settimane su passato e futuro del Centro pastorale Paolo VI, ci si confronterà pubblicamente su quegli impegni.
Ora affiorano le confessioni personali. La società è profondamente cambiata in questi 20 anni e con essa l’impatto della Chiesa sulla vita concreta. Mons. Gennaro agiva nella prospettiva che sacerdoti e laicato cattolico fossero compartecipi e protagonisti del vissuto che si andava dipanando. Era per chiamarsi dentro. Consapevolmente. Quindi formandosi e in forza di questo sapendo dialogare anche con le posizioni apparentemente più lontane, grazie alla capacità di testimoniare quanto si diceva. Si è perso terreno e si fa strada una sorta di rassegnazione che la modernità batta altre strade. Don Gennaro ci direbbe che proprio lì si annida una inaccettabile abdicazione dalla fede. Che ogni stagione presenta i suoi problemi. Gli attuali ci paiono particolarmente ardui perché tocca a noi affrontarli, accoglierli come la testimonianza che ci compete, dialogare con verità che camminano in altra direzione.
La sfida, al nocciolo, è la fede. Quanto ci appartiene ancora? Fin dove siamo disponibili ad assumerla come bussola orientante? Lui è stato un maestro testimone. Compete a noi raccogliere e coltivare quanto quel seme, morendo, ha germinato e affidato a chi ha ancora un percorso da completare. Il suo è un lascito di fiducia.
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