Trump tra tecnocapitalismo e sovranismo neonazionalista

Mentre l’Europa e la Russia di Putin sono di rilievo secondario, per il presidente americano il vero nemico è la Cina
Il presidente Trump con le autorità del Congo e della Ruanda - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente Trump con le autorità del Congo e della Ruanda - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Va certamente riconosciuta a Trump la coerenza tra le promesse e gli impegni assunti in campagna elettorale e le misure adottate nel corso del suo nuovo mandato, sotto il segno di una politica che definisce lo scenario di una nuova Destra dalle diffuse ramificazioni nei diversi continenti. Primato dell’esecutivo sulla legge e del business nelle relazioni internazionali, bavaglio alla libertà d’espressione e attacco alla ricerca universitaria in nome di un pregiudizio antiscientifico, una concezione del ruolo dell’America nei termini di un dominio imperiale, disprezzo delle politiche sociali, esaltazione dell’identità bianca, negazione dell’universalismo dei diritti che si accompagna ad una interpretazione populistica del principio democratico, sovranismo neonazionalista a sostegno di un tecnocapitalismo che aspira ad un monopolio globale: questo l’impasto ideologico-politico della dottrina Trump.

Essa trova in Elon Musk un supporto allineato al punto tale da far scrivere ad un quotidiano autorevole come «Le Monde» che «gli americani hanno ottenuto due Trump al prezzo di uno». Anzi, per l’esattezza, tre Trump solo a considerare le esternazioni del suo vice J.D. Vance, il neoconvertito cattolico che nel discorso tenuto a Monaco, come pure in altre ripetute occasioni, ha perfettamente compendiato i capisaldi di una visione e di una linea politica al cui centro sta la teorizzazione della libertà come onnipotenza del mercato, svincolato da ogni regola, anche da quella democratica con cui la stessa libertà sarebbe incompatibile. Da qui il compiacimento che «a Washington c’è un nuovo sceriffo in città» a garanzia della sicurezza e a difesa da quello che appare lo spettro che incombe e che «mortifica i nostri sogni»: il fenomeno dell’immigrazione.

In sintesi, la celebrazione del dominio del denaro e del primato della forza nelle mani di un leader autoritario, il cui esercizio del potere attenta alle stesse basi morali della convivenza, sino a disarticolare nel suo stesso linguaggio l’alfabeto culturale che ha espresso valori e diritti: una «rivoluzione conservatrice» di nuovo conio ad opera del leader mondiale della tecnodestra. Essa, per quanto riguarda l’America e i suoi supporti internazionali, rovescia, come ha osservato Nadia Urbinati, le direttrici di fondo delle politiche adottate dai democratici a partire dagli anni ‘60: integrazione razziale e misure contro la discriminazione, tutela delle minoranze e dei «diseguali», sostegno alla sanità e all’istruzione scolastica, integrazione dei sistemi assicurativi e pensionistici privati con le coperture pubbliche, interventi di aiuto ed assistenza ai Paesi investiti da calamità, relazioni di cooperazione con l’Europa nel quadro di un’alleanza strategica di lungo periodo.

Al fondo dell’idea democratica un’etica di matrice protestante – quella teorizzata da Max Weber come motore all’origine del moderno capitalismo – secondo la quale vanno sì premiati lo spirito d’iniziativa e l’intraprendenza personale, ma coniugati a politiche pubbliche volte a promuovere equità distributiva, giustizia e dignità per i cittadini. In Trump di contro un ulteriore svolgimento del repubblicanesimo di Ronald Reagan – non senza un qualche disallineamento regressivo sul quale varrebbe la pena di tornare in una nuova occasione – nel segno di una politica sostanzialmente antiliberal che accomuna avversari interni ed esterni, quanti insomma si rifanno alla tradizione liberaldemocratica occidentale, ispirata ai valori dell’universalismo, per quanto spesso negletti se non addirittura traditi.

Una politica dall’ambizione tutt’altro che dissimualta: smantellare ogni misura di protezione sociale attraverso l’affermazione di un individualismo competitivo che assegna esclusivamente al singolo la responsabilità della propria riuscita, nonché delle proprie condizioni di esistenza e affermare la supremazia dell’impero attraverso la ristrutturazione-ricomposizione dell’ordine politico-economico proprio dell’età della postglobalizzazione. Non casualmente, quanto a questa prospettiva, l’Europa, ma pure la Russia di Putin, per Trump sono realtà di rilievo secondario, quasi periferico, mentre la Cina, che peraltro detiene una quota rilevante del debito americano, è il vero nemico da contrastare e da battere in vista del dispiegamento di un dominio che consenta il ritorno del «secolo americano».

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