Il Donbass è l’obiettivo, ma i tempi saranno lunghi

Le notizie spot che imperano sui media occidentali non aiutano a comprendere quale sia, con realistica approssimazione, la situazione sul campo in Ucraina. Nelle ultime settimane, lo dimostrano i video geolocalizzati, le forze russe sono avanzate più rapidamente di pochi mesi fa, ma non ovunque e non sempre facilmente.
Osservando la carta dell’Ucraina da Nord verso Est, si nota che nella regione russa di Kursk le forze di Kiev occupano ancora circa 600 dei 1.000 kmq invasi a fine agosto: operazione che ha «politicamente» esaurito i suoi effetti su Mosca e che perciò imporrebbe un ripiegamento delle unità (tutte d’élite) ucraine, più utili ai confini del Donetsk, in base al noto assunto «soldato che ripiega è utile per un’altra battaglia».
Ma significa anche che i russi in due mesi e mezzo non hanno ripreso questo territorio, poco più grande della provincia di Lodi: qui, tra l’altro, andrebbero gli annunciati diecimila soldati Nord Coreani, rispondendo formalmente al trattato di mutua assistenza in caso di invasione stipulato tra Mosca e Pyongyang.
Ciò consentirebbe di dirottare forze sui fronti caldi del Donbass: qui i russi progrediscono, registrando perdite gravi ma inferiori a quelle di due o tre mesi fa. In particolare, è evidente negli ultimi quaranta giorni una serie di manovre a tenaglia che spingono gli ucraini oltre il fiume Oskil, per assediare da posizione più favorevole la città di Kupiansk e da qui puntare verso Sud su Lyman. Occupato al 99% il Lugansk, Putin deve conseguire l’obiettivo minimo di prendere tutto il Donetsk. I grandi centri ancora da conquistare sono Sloviansk e Kramatorsk, ma per arrivarvi «a tiro» bisogna prima prendere Kostjantynivka, passando per Chasiv Yar e Tore’ck: lì si combatte aspramente, in bilico da settimane, ma i satelliti davano tre giorni fa l’Armata russa a soli 6 e 8 km dalle due cittadine. Se una delle due cadrà la via per Kostjantynivka sarà aperta.
Mentre i russi, all’offensiva da un anno, non paiono voler prendere di petto la piazzaforte Pokrovsk, a Selidove si registra la ritirata (o la fuga?) dell’unità ucraina che la presidiava (i video mostrano soldati di Mosca muoversi con tranquillità). Qui i russi hanno già superato la prima e la seconda linea di difesa e stanno aggirando Andriivka e Kurakhove (obiettivo ostico): scopo è tagliare fuori dalle vie di rifornimento il maggior numero possibile di unità ucraine, costringendole a ripiegare non ordinatamente (alle spalle di Andriivka si incrociano le quattro arterie fondamentali per Kiev).
A Vuhledar si registra la situazione più compromessa per gli ucraini, ritirati di altri tre km: in 12 ore tre colonne russe, solo una delle quali ha incontrato resistenza, hanno occupato 64 kmq. La loro manovra appare migliorata: impiegano unità più numerose, che avanzano anche in fila, segno che l’efficacia di artiglieria e droni ucraini è ridotta. Anche a Zaporizhzhia, «tranquilla» da settimane, l’attività russa è ripresa, perché il fronte, da cui alcune unità ucraine sono state spostate a Nord, ora è molto più permeabile.
Gli ucraini, in difetto di uomini e mine (che in Europa non si producono quasi più) devono difendere Toretsk e Chasiv Yar: non possono più permettersi scontri di mesi come a Bakhmut e Avdiivka, ma ora combattono i russi a poche decine di metri, per evitare l’impiego delle bombe aeree Fab di una tonnellata.
Secondo molti analisti, però, a questi ritmi le grandi città di Kramatorsk e Sloviansk non potrebbero essere prese prima dell’estate. In attesa di sapere chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca e salvo per ora imprevisti crolli generalizzati del fronte, la conquista del Donbass richiederà ancora molti mesi di combattimenti e sacrifici.
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