Il complottismo all’italiana

Nell’Italia suo laboratorio privilegiato e hub «avanzato», la forma-populismo una ne pensa e cento ne fa: il caso Arianna Meloni
Arianna Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Arianna Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Nell’Italia suo laboratorio privilegiato e hub «avanzato», la forma-populismo una ne pensa e cento ne fa.

Così, da qualche giorno, stiamo assistendo alle prove generali di quello che potremmo chiamare il «complottismo preventivo», introdotto dall’editoriale del direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, di cui tutti stiamo parlando perché delinea l’ipotesi di una cospirazione prossima a scatenarsi nei suoi effetti a partire da un’indagine giudiziaria per «traffico di influenze» su Arianna Meloni, potentissima sorella della presidente del Consiglio e di Fratelli d’Italia. Un tale «polverone» da indurre la procura di Roma a dover precisare che non risultano fascicoli aperti a suo carico, smentendo l’esistenza di qualsiasi procedimento in corso.

Ma tanto rumore non è per nulla. Si tratta di una vicenda - ancora in itinere, e proprio vedere «l’effetto che fa» costituisce uno degli elementi - la quale, sotto il profilo concettuale, propone lo schema di funzionamento tipico e quintessenziale del cospirazionismo. Nella fattispecie, come da j’accuse di Sallusti prontamente seguito da una batteria di interventi post sui social e lanci di stampa da parte dei dirigenti di FdI, l’indagine avrebbe il compito di colpire il governo del destracentro, e nascerebbe dal «concerto» fra settori politicizzati della magistratura, «le sinistre» e alcuni media (e gruppi editoriali).

Giustappunto, un complotto coi fiocchi e controfiocchi, anche se - a dire il vero - a reagire «come un sol uomo» e come un’orchestra che suona all’unisono, a oggi, sono stati soltanto i Fratelli d’Italia. Stile comunicativo che richiama molto il coordinamento, autentica ossessione del familistico cerchio magico meloniano (che comprende, come noto, la sorella e il di lei marito ministro Francesco Lollobrigida), e modus operandi tipico del «pivotale» sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, che ne è appunto incaricato per l’esecutivo. Verrebbe quindi quasi da pensare all’esistenza di una cabina di regia che ha preparato l’affondo sallustiano nel nome del «complottismo preventivo», ma non ne esistono prove (e qui nessuno è un dietrologo, a differenza di altri...).

Di sicuro c’è che il cospirazionismo, insieme al «frame della paura», costituisce un format estremamente redditizio della propaganda e del marketing politico di matrice populista. Consente, infatti, di ritagliarsi il ruolo di vittima designata di un piano architettato da forze soverchianti (un tempo erano i famigerati «poteri forti») e non precisamente definite. Una risorsa politico-elettorale e un riflesso pavloviano, al punto - infatti - che in soccorso della premier, con argomenti e teoremi piuttosto capziosi, sono arrivati personaggi di rilievo non appartenenti al suo mondo, ma con trascorsi o un presente di segno populista, come Marco Travaglio e Antonio Di Pietro.

Naturalmente, resta innegabile il fatto che dagli anni di Tangentopoli in avanti si sia insediata nelle maglie della vita pubblica anche una forma di conflitto strisciante fra pezzi della politica e della magistratura, ma in tutta evidenza non è questo il caso. Il fantomatico complotto ai danni di Arianna Meloni ventilato dal blocco media-politica di destra dà l’impressione di essere un’arma di distrazione di massa volta a distogliere i riflettori dall’autunno caldo in arrivo e dalle problematiche irrisolte del governo, che si moltiplicano e infittiscono.

Altra caratteristica strutturale dei leader populisti è, difatti, quella di abbondare in promesse non realizzabili, e ora alcuni nodi significativi stanno giustappunto arrivando al pettine. Insieme a una crescita della conflittualità e delle fibrillazioni interne, di fronte a cui i richiami alle «persecuzioni giudiziarie» di cui sarebbe stato vittima Silvio Berlusconi sembrano anche una maniera per rinsaldare la maggioranza. E, dunque, dopo la macchina del fango, questo ha tutta l’aria di essere il «metodo MeSa» (Meloni-Sallusti) del complottismo preventivo.

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