Opinioni

Hikikomori: la paura di crescere dei ragazzi in fuga

Le generazioni del nostro tempo superveloce corrono a fianco, ma faticano a capirsi: è diventato più facile fermarsi o rimanere in disparte
La fuga sociale è sempre più diffusa
La fuga sociale è sempre più diffusa
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C’è una parola strana, «Hikikomori», che non appartiene alla nostra lingua ma che usiamo per raccontare i successi e le polarità, ma anche le fughe e il ritiro durante la crescita. In italiano potremmo tradurlo «ritiro sociale», allontanamento dalla comunità dei pari, ma anche solitudine che produce disagio. Spesso è allungamento dei tempi di percorrenza o un’estensione delle complessità relazionali da affrontare durante la crescita.

Ciò che è rilevante è il rischio per i nuovi adolescenti di restare fermi oltre il cosiddetto «tempo massimo» nel laboratorio domestico in cui si sperimentano eccitanti accelerazioni, brusche frenate e inimmaginabili regressioni. Il pericolo di rimanere ai blocchi di partenza come eterni adolescenti, è concreto e diffuso, rappresentato da Judith Viorst quando diceva che «un adolescente normale non è un adolescente normale se si comporta in modo normale». Invece è sempre più alto il rischio di stare sospesi sul confine o camminare in bilico davanti al vuoto rischiando in ogni istante di scivolare.

Penso che il fenomeno del ritiro sociale dei nuovi giovani non sia un aspetto patologico ma un comportamento di fuga e il tentativo estremo di riempire un vuoto incombente fatto di attrezzature mancanti e di accompagnatori assenti. Per salire in montagna servono scarpe adatte, ma anche una buona guida. In fondo la crescita ha sempre scatenato aggressività e conflitti, di solito alimentati dallo scontro generazionale, dalla sfiducia e dalla rivalità tra nuove e vecchie generazioni.

«La gioventù di oggi è corrotta nell’anima, malvagia e infingarda, e non potrà mai essere la gioventù di una volta né conservare la nostra cultura» recitava l’iscrizione di una tavoletta Assiro-babilonese del 1000 a.C.. La citazione dimostra che il tono dell’invettiva è immutato, anche se ora c’è altro.

Un mio giovane paziente di 17 anni un giorno mi dice: «Io questi giovani non li capisco più» e parlava di suo fratello che ne aveva 14. Le generazioni del nostro tempo superveloce corrono a fianco ma faticano a capirsi. Viene da chiedersi: come facciamo a comprenderli noi? E quanto è diventato difficile attraversare quest’epoca di continue e veloci mutazioni? Interrogativi aperti ma che forse spiegano perché è diventato più facile fermarsi o rimanere in disparte per paura di crescere. E poi se nessuno sa più stare «con gli occhi appesi al soffitto» come scriveva al liceo un mio compagno di classe intendendo il tempo del fantasticare, nessuno sa più sognare ad occhi aperti. In mancanza di questo si sono azzerati i desideri e si è impoverita la spinta a oltrepassare il confine per esplorare il mondo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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