È stato un discorso preciso, diligente e, nelle intenzioni, «presidenziale» quello con cui Kamala Harris ha accettato la nomination e chiuso i quattro giorni della convention democratica di Chicago. Meno lirico e trascinante di molti di quelli ascoltati nei giorni scorsi. Forse perché Harris non è oratrice abile quanto altri leader democratici che l’hanno preceduta.
Forse perché questo le si chiedeva: di definirsi e presentarsi a un Paese che ancora la conosce poco; e di mostrare perché può credibilmente chiedere di essere la prossima leader della principale potenza mondiale. Nel farlo, Harris non ha lesinato momenti di forte patriottismo: celebrazioni dell’eccezionalità di un Paese validata proprio dalla sua di parabola - figlia d’immigrati, ben presto separati, espressione di una middle class di certo non privilegiata - così come da quella del suo vice Tim Walz.




