Anna Zafesova: «Sostegno a Kiev e sanzioni a Mosca non bastano»

Francesco Mannoni
In occasione del Librixia la giornalista presenterà il suo ultimo saggio «Russia, l’impero che non sa morire». Appuntamento sabato 4 ottobre alle 17 a palazzo Martinengo delle Palle a Brescia
La giornalista Anna Zafesova
La giornalista Anna Zafesova
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Anna Zafesova, giornalista russa esperta del mondo post-sovietico non è molto ottimista sul futuro di Kiev: «La guerra in Ucraina poteva finire più rapidamente se ci fosse stata una risposta più efficace, se l’Occidente non avesse esitato all’inizio, quando le truppe russe erano state respinte da Kiev e si trovavano in una situazione molto difficile, a dare un aiuto più determinato all’Ucraina sia militare che politico. Allora probabilmente si poteva spingere Putin, se non a ritirarsi, almeno a fermarsi. Ora le incognite sono parecchie. La guerra finirà, ma come?».

L’autrice sarà ospite a Librixia sabato 4 ottobre, alle 17 in palazzo Martinengo delle Palle di via San Martino della Battaglia, dove presenterà il suo saggio «Russia, l’impero che non sa morire» (Rizzoli, 203 pp. 19 euro). L’abbiamo sentita.

Anna Zafesova, lei ritiene possibile la fine della guerra a breve?

«La guerra potrà finire solo con un collasso del regime russo, è stata iniziata da Mosca e Mosca la deve far finire. L’unico modo di intervenire è premere sulla Russia con altre sanzioni economiche, ulteriore isolamento diplomatico, pressioni militari, affinché molli com’è successo in Afghanistan. Ma la guerra va finita, se no la Russia andrà verso il baratro».

Come potrebbe crollare il regime di Putin?

«Una delle ipotesi è costringere non tanto Putin ma quelli che lo circondano a ribellarsi. Cosa che non avverrà perché in un certo senso quella russa è una monarchia e molti hanno paura del caos che potrebbe seguire a una dipartita (in un modo o in un altro) di Putin. Gli oligarchi russi devono valutare se il rischio di ribellarsi a Putin sia minore che tenerselo per altri dieci anni, anziché salvarsi in ordine sparso come stanno facendo finora fuggendo in varie parti del mondo. Ma è difficile, perché in Russia nessuno si fida di nessuno, molti gruppi sono in guerra fra loro e coalizzarsi è quasi impossibile».

Che cosa ancora tiene in vita l’impero russo?

«È in buona parte il ricordo del medesimo, il mito dell’impero stesso che si vuole ricostruire e che sembra un obiettivo politico o geopolitico: è anche una questione di identità, a fronte della fatica a costruirsene una nuova. Abbiamo visto altre sindromi imperiali nella storia, a partire dagli imperi dell’Europa centrale, con le loro conseguenze: qui stiamo assistendo a una versione di quella, ma più traumatica. Nel ‘91 sembrava che l’Unione Sovietica fosse collassata in maniera non violenta, in realtà era una violenza a scoppio ritardato».

Uno degli stand in piazza Vittoria - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Uno degli stand in piazza Vittoria - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Quali prospettive rimangono all’Ucraina?

«Direi la variabile impazzita di Donald Trump, che rischia di rivelarsi una bolla di sapone. Trump ha fretta, vuole risultati immediati, non ha pazienza sufficiente per lunghe trattative e vuole sempre essere al centro dell’azione. Putin sta giocando un po’ come il gatto col topo, e Trump potrebbe valutare diverse ipotesi per risolvere un caso inquietante e assillante come quello dell’Ucraina».

Abbandonerà l’Ucraina al suo destino?

«Il sostegno militare all’Ucraina e le pressioni economiche alla Russia possono accelerare la fine della guerra ma non risolvere il conflitto. L’Europa è da tempo schierata, ma ora il sostegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Ucraina è oscillante».

Trump potrebbe tirarsi indietro definitivamente?

«Trump s’è proposto tante volte come mediatore equidistante, ma se dovesse capire che Putin non vuole la pace ma la guerra, e dovrà ammettere il proprio errore di valutazione senza farlo sembrare tale, qualcosa dovrebbe cambiare. Dopo l’accordo sulle terre rare, adesso Trump è interessato all’Ucraina perché può concedergli materie prime che rendono tantissimo, e può riferire questa conquista al suo elettorato. Però, nonostante le giravolte di Trump, fino ad ora gli americani continuano a mandare aiuti e armi all’Ucraina. Le dichiarazioni del presidente non sempre coincidono con la realtà dei fatti».

Possiamo supporre, pensando alla irriducibilità di Putin e a un carattere umorale come quello di Trump, che il destino del mondo sia in mano a due irresponsabili?

«Una visione pessimista dei fatti potrebbe farlo pensare, ponendo dei grossi interrogativi su dov’è il baco dei nostri sistemi democratici. Penso al sistema elettorale, ma anche al sistema mediatico, a come può azzerare una democrazia. Per fortuna il mondo non è in mano soltanto a questi due personaggi che potrebbero anche annullarsi a vicenda. Nella storia ci sono sempre capovolgimenti incredibili».

La storia del resto non è una condanna, e l’Ucraina in soli tre decenni lo ha dimostrato ampiamente...

«Sia pure con difficoltà, si può risorgere da un lungo letargo sociale, si può uscire da un passato che sembrava una maledizione. Abbiamo visto vari Paesi cambiare: l’Ucraina e i Paesi baltici hanno scelto la strada dell’Unione Europea, la Georgia sta facendo un percorso contrastato; abbiamo visto anche Paesi dell’Asia centrale modernizzarsi, altri tornare a forme di governo abbastanza arcaici e autoritari. Anche la Russia ha provato a cambiare, ma senza troppa convinzione e per questo poi ha fatto marcia indietro: resta da capire quanto il rifiuto di un modello occidentale europeo e democratico sia venuto dalla classe dirigente o piuttosto dall’opinione pubblica, o da una convergenza di entrambi».

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