Opinioni

Fermare il Green Deal sarebbe un errore: non è ideologia, ma un fatto

Anche in Italia il dibattito sulla revisione del piano per smorzare l’effetto dazi è acceso, ma fermare la transizione energetica è controproducente
Monica Frassoni
Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Da qualche giorno esponenti di governo e di Confindustria, e in particolare il suo presidente Emanuele Orsini, chiedono di «fermare il Green Deal» per rispondere ai rischi posti sull’economia europea dai dazi di Trump.

Ma non è per niente chiaro in che modo questo stop aiuterebbe l’industria. Anzi, come dicono Draghi e Letta nei loro rapporti, il deficit di innovazione e di produttività va colmato accelerando la decarbonizzazione e la digitalizzazione perché vanno di pari passo con la competitività. Le priorità, insomma, non sono affatto cambiate.

Il Green Deal, un vasto insieme di leggi e criteri per il finanziamento della transizione, nasce dal presupposto innegabile che il cambio sempre più radicale del clima – testimoniato ogni giorno dai costi miliardari che i suoi effetti hanno sulla Ue – imponga di ridurre la pressione sulle risorse naturali e le emissioni di gas, petrolio e carbone non tra 10 anni, aspettando improbabili sviluppi di tecnologie inesistenti, ma ora, perché se la temperatura media si alza di più di 1,5° le conseguenze sarebbero irreversibili; per fare questo senza deindustrializzare e buttare sul lastrico milioni di persone e imprese, è necessario riorientare il sistema produttivo in modo da renderlo indipendente dai combustibili fossili, causa prima dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento, sostenendo lavoratori/trici e imprese con incentivi mirati; oggi è la realtà, non l’ideologia, che ci dice che il modo più efficace di rendere case, imprese, mobilità, campagne e città a prova di clima rapidamente, è puntando su rinnovabili, riduzione del fabbisogno energetico, economia circolare, elettrificazione massiccia di industria e trasporti, orientando sussidi e investimenti in questa direzione.

Non c’è assolutamente nulla di ideologico in questo. È un mero dato di fatto. Se la tua casa è a fuoco devi puntare sul modo più efficace per spegnerlo adesso. In fondo l’origine della disputa sul Green Deal, a parte gli interessi economici di chi continua a guadagnare miliardi sulla dipendenza dai fossili, è proprio questa: non c’è il riconoscimento dell’urgenza assoluta di agire per tentare di ridurre al massimo le emissioni e si pensa che bloccare le regole che si sono dimostrate efficaci nello spingere il cambiamento serva a tenere duro nella illusione, quella si ideologica, che fantomatiche future tecnologie che non saranno operative prima di venti, trenta o quaranta anni, come il nucleare pulito o la cattura del carbonio, possano davvero permetterci di aspettare restando competitivi. Non è così.

Peraltro, fermarsi sarebbe assurdo perché i risultati ci sono: il consumo di gas è diminuito di ben 138 miliardi di metri cubi tra l’agosto del 2022 e il maggio del 2024; nel primo semestre del 2024, le rinnovabili hanno raggiunto il 50% della produzione di energia elettrica; grazie alle normative già in vigore, il risparmio energetico è stato l’equivalente al consumo medio di 9 milioni di case; nonostante decine di migliaia di persone continuino a morire ogni anno prematuramente per l’inquinamento atmosferico, l’Unione europea è l’unica regione al mondo nella quale la qualità dell’aria ha avuto un miglioramento netto; e l’Italia continua ad essere il numero 1 in Europa in materia di economia circolare, nonostante l’assenza di riconoscimento da parte del governo ma anche delle rappresentanze industriali.

Il potenziale è ancora maggiore: per esempio, se tutta l’illuminazione in Europa fosse fatta con le lampadine a Led risparmieremmo l’energia necessaria a ricaricare 55 milioni di auto elettriche e 47 milioni di pompe di calore; tutti questi risultati sono ancora insufficienti, ma non cadono dal cielo: sono il frutto del lavoro e degli investimenti di imprese e lavoratori/trici, di un cambio culturale di parte dei cittadini, dell’evidenza dei costi dell’inazione. Solo nel settore dell’efficienza energetica ci sono 2 milioni di lavoratori, più di tre volte tanti nell’indotto. E anche nel settore della componentistica dell’automotive uno studio dell’Università di Venezia dimostra che le imprese che hanno deciso di attrezzarsi e convertirsi all’elettrico sono quelle che hanno più prospettive non solo di sopravvivere ma anche di crescere.

Il presidente Orsini chiede di imitare l’esempio spagnolo e la decisione del primo ministro spagnolo Sanchez di lanciare un piano di 14 miliardi di euro anche utilizzando il Pnrr. E la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto in settimana con 25 miliardi da prendere dal Pnrr (e quindi deve passare per l’autorizzazione dell’Ue) e dai fondi di coesione, che però sono allocati per lo più alle regioni e quindi bisognerà vedere cosa concretamente sarà possible fare. Ma Orsini omette di dire che la strategia di Sanchez è di rafforzare non indebolire il Green Deal, perché è anche per quello che l’economia spagnola cresce di quattro volte di più che l’Italia: i prezzi dell’energia sono molto più bassi dei nostri a causa dello sganciamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas, cosa mai neppure tentata dall’Italia, e dal ruolo veramente travolgente dell’energia prodotta dalle rinnovabili. Non solo Sanchez punta sul Green Deal, ma anche a fare assumere all’industria spagnola un ruolo di leadership che non ha mai avuto. Di questa ambizione, purtroppo, non c’è traccia nella rappresentanza industriale italiana. E questo a dispetto delle migliaia di imprese che innovano, esportano, crescono, creano nuovi posti di lavoro grazie al Green Deal.

Monica Frassoni, presidente Alleanza europea per il risparmio energetico

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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