Dopo due mesi di Donald Trump la democrazia Usa è in dubbio

Dopo l’insediamento di Donald Trump che ne sarà della democrazia americana? La domanda viene istintiva solo a considerare che il neopresidente ha lasciato intendere che mai avrebbe accettato di essere sconfitto e che, come scrive Nadia Urbinati, «non ha fatto saltare il tavolo solo perché ha vinto». Del resto la vicenda di Capitol Hill non può in alcun modo essere rimossa.
Legittimo dunque pensare ad un esperimento di tipo cesarista, vale a dire all’instaurazione di un regime politico attuato da un personaggio dalla forte determinazione quanto ai progetti che intende realizzare, nonché dotato di un carisma che gli consente di mobilitare settori rilevanti della popolazione a sostegno di un potere autocratico e autoritario. Trump peraltro non si è assicurato solo la Casa Bianca, ma pure il Congresso e la Corte Suprema. Dunque non deve fare i conti con contrappesi istituzionali che garantiscano una limitazione alla sua «tirannide»: un sostanziale stravolgimento della democrazia liberale, dei suoi principi e delle sue regole, fino allo sfiguramento populista e plebiscitario.
Trump controlla altresì in modo ormai totalitario il partito repubblicano. Il Grand Old Party dei Bush e dei Reagan ormai non esiste più, è stato completamente normalizzato e non è in grado di svolgere una funzione moderatrice. Lo ha sostituito il partito personale di Trump, il partito del Maga con cui il tycoon ha vinto le elezioni anche nel voto popolare, oltre che nella conta dei grandi elettori, conquistando storiche roccaforti democratiche e istituendo così negli Stati Uniti un «regime di partito». Esso si presenta di fatto a guida oligarchica e i suoi maggiori esponenti sono ridotti a fedeli esecutori della volontà del presidente.
Trump, rispetto al suo primo mandato, non è solo espressione di un voto di protesta anti-establishment di cui Hillary Clinton era plastica rappresentazione, ma di una vera e propria ideologia, di un sistema di valori volti ad orientare l’opinione pubblica secondo modelli conservatori e persino reazionari in direzione della «guerra culturale» da tempo in atto. Non siamo infatti in presenza di una reviviscente «rivoluzione conservatrice» secondo il canone classico, ma di un disegno «futurista», riconducibile ai grandi imprenditori digitali e dell’intelligenza artificiale, quanti stanno dando corpo ad una Destra radicale di nuovo conio, quella «tecnodestra» che del successo di Trump è stata uno tra i principali artefici.
Sia sul piano della carta stampata che su quello dei social, il «quarto potere» si è progressivamente allineato venendo meno alle sue funzioni di controllo e di sorveglianza, di verifica di quanto propagandato in campagna elettorale. Per la «tecnodestra» la democrazia è incompatibile con la libertà ; la libertà di un capitalismo aggressivo e monopolistico che non sopporta vincoli normativi e che giudica il liberismo classico un residuo quasi archeologico, facendosi forte della propria orgogliosa spregiudicatezza. Qui un indubbio elemento di modernità: già in passato imprenditori e banchieri hanno condizionato e influenzato – basti pensare a Rockefeller – le scelte dell’amministrazione americana, ma non ne hanno mai gestito direttamente gangli fondamentali, né hanno avuto ruoli all’interno del governo.
È invece il caso di Elon Musk che si trova a capo di un apposito dipartimento per l’efficienza governativa e di Peter Thiel, il fondatore del servizio di pagamento online PayPal e di Palantir Technologies, un’azienda specializzata nell’analisi dei big data, scelto come componente del gruppo di transizione del presidente Trump.
— Elon Musk (@elonmusk) March 27, 2025
Dunque un capitalismo proprietario della rivoluzione tecnologica che oggi dispone del potere di formazione dell’opinione pubblica e di controllo dell’informazione: un dominio globale di cui Trump può avvalersi almeno sino a quando vi sarà comunanza di prospettive e lo Stato sarà asservito agli interessi dei nuovi potenti.
Infine la democrazia americana e le relazioni internazionali: una progressiva erosione dell’ordine geopolitico retto sul diritto internazionale e sui trattati multilaterali di cui la scarsa considerazione per gli alleati storici e per le direttrici transatlantiche costituisce una spia rivelatrice.
In effetti Trump, che promuove una ripresa della dottrina di James Monroe – la supremazia americana rispetto all’Europa –, si sente per molti versi analogo ai leader autoritari di Russia, Cina, Argentina India e capofila della nuova «internazionale» della Destra cui partecipa a pieno titolo Giorgia Meloni, unica rappresentante della Ue ammessa all’Inauguration Day.
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