Donald Trump è il nostro principale ed insostituibile alleato, anche per l’oggi e il domani, e che quindi va necessariamente assecondato nelle sue movimentate scelte strategiche? Oppure si è palesato, dopo la rielezione a presidente, come il pericoloso concorrente che, con le armi finanziarie e militari, vuole mettere in ginocchio l’Unione europea e sconfessare la politica estera Usa dal dopoguerra ad aggi? La risposta comportamentale di ex alleati e avversari è altamente divisiva: sconta i cambi frequentissimi di impostazione tattica del presidente americano.
Lui si atteggia ad oligarca, in grado di lanciare ultimatum che rivede in penultimatum. Ecco allora quanti sollecitano di accettare i suoi dazi altalenanti, contrattando il male minore possibile, mentre altri sollecitano contromisure dure ed efficaci, che lo inducano a rivedere la sue scelte. Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, lo candida platealmente al Nobel per la Pace, mentre a sua volta è inquisito per quanto va compiendo a Gaza. Trump accetta, orgoglioso e convinto, l’operazione segnalazione: lui scrive la nuova storia del mondo, con al centro gli Stati Uniti dalle mani totalmente libere di fare e disfare. Sembra che la democrazia americana sia inceppata e nessun potere sappia bilanciare l’attuale versione presidenziale.



