Dimenticare o custodire il processo della memoria

«Benvenuti alla Baia dell’Oblio» invita il cartello scrostato all’imbocco dell’insenatura. La luna illumina il paesaggio con la sua luce bianca. Il tempo pare sospeso. Di spalle, figura alta, eterea, capelli sale e pepe sciolti fino alla vita, scalza, i piedi immersi nella sabbia nera, una veste lunga e bianca una donna scruta il cielo in attesa, imbracciando uno strano fucile. Sto pensando curiosa a quale creatura notturna stia cacciando quando, improvvisamente, dal centro del suo petto sorge una sfera di luce che si ingrandisce sempre più, fino a staccarsi e salire, fluttuando, verso il cielo dove si ferma, in attesa. Lei punta il fucile con feroce determinazione, come stesse adempiendo ad un compito necessario.
Il colpo spezza il silenzio, la sfera esplode in migliaia di piccole scintille che vanno a morire nell’acqua scura. Dovrò annotarmi questo sogno, sto ancora pensando, quando una nuova luce sorge dal suo petto – e poi un’altra ancora. Più grandi, più luminose, più vivide. Le osservo meglio, contengono immagini di persone, scene di vita, momenti, paesaggi. Par di sentire anche suoni e risate lontane. Una dopo l’altra, con la determinazione di un cecchino e precisione chirurgica le fa esplodere, tutte.
«Ci tengono imprigionate» mi dice, improvvisamente, senza voltarsi. E mentre parla una sfera gigante le nasce nel petto, brillando forte più delle altre. Lei sembra esitare ma no, nessun ripensamento. Uno sparo secco e di nuovo pulviscolo di luce che cade nel buio. Si volta e viene verso di me. Pare aver terminato il suo compito. Fissa, sorridendo, il mio petto e mi mette il fucile tra le mani. Abbasso lo sguardo, terrorizzata.
Una piccola sfera luminosa sta nascendo dal mio cuore – e dopo di lei altre. Mi sento sopraffatta e incredula, sembro un cavalluccio marino che partorisce. Sono tante, troppe, salgono veloci nell’aria tutte insieme, vociando. Sono bellissime, sento di amarle. Dentro c’è tutto ciò che ho voluto ostinatamente salvare: il calore, la dolcezza, le parti luminose di me e degli altri. Dura poco. Lampi di dolore feroce arrivano come frecce scagliate da ognuna di loro, riaprono vecchie ferite. Guardo il fucile fra le mie mani, capisco la tentazione. Penso a quanto facilmente la mente leviga ciò che fa male per rendere tutto sopportabile.
Excordare – togliere dal cuore. I latini chiamavano così il dimenticare, un togliere dal cuore. Alzo l’arma e nel farlo le vedo nelle loro parti vere, nelle loro parti false. Attendono il mio verdetto. Lei mi sta dietro come una madre che guida e protegge. Abbasso l’arma e dico «no». «Peggio per te», dice, riprendendosi il fucile ed allontanandosi evaporando nel paesaggio. Richiamo ad una ad una le mie piccole sfere. Sono piene di me e stanno bene nella casa del mio cuore. Penso che l’oblio arrivi accogliendo, non eliminando con violenza. Lascio serena la Baia ed i miei Bias. Un attimo dopo spengo la mia sveglia.
(Il Fading Affect Bias è la tendenza della memoria a levigare il passato – a ricordare gli eventi più favorevolmente di come li abbiamo vissuti, attenuando progressivamente il dolore. Terry Orbuch, in decenni di studi sulle relazioni affettive, ha mostrato come col tempo tendiamo a ristrutturare i ricordi dei legami conclusi, enfatizzandone la luce e riducendo il peso dei conflitti. Una protezione necessaria – che può diventare una trappola).
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