I Dazi secondo Gioanì e Comèle

Questo è il tempo dei dazi stelle e strisce, ma c’è stato un lungo tempo dei dazi anche nell’Italia del dopoguerra, un’imposta che mirava a rimpolpare le magre casse dei Comuni. Così, all’ingresso dei territori comunali si trovava, strategico, il casello del dazio. Ed era una ginnastica forsennata quella degli evasori per sfuggire all’imposta che, evitata, rappresentava di per sé, il primo «guadagno». I dazi erano riscossi dai dazieri, una sorta di polizia «tassatoria», sia stabile nel casello, che mobile e motorizzata quando un evasore passava via a tutto gas, senza fermarsi fidando nell’impunità.
I dazi riguardavano le merci in entrata nel territorio comunale, quasi retaggio dei medievali balzelli tra un feudo e l’altro. Poiché non si è mai percepito che le imposte siano soddisfatte con piacere, se ne ricava che quelle daziali rasentavano l’odiosità, in aggiunta com’erano a quelle generali dello Stato. Anche nella Valle del Gobbia, come ovunque, si riscuoteva l’imposta. Il casello daziario era all’unico imbocco della valle, in frazione Termine, una stanzuccia del Settecento in bilico sulla sponda sinistra del torrente Gobbia, poi abbattuta e sostituita da più ampi uffici, a cinquanta metri di distanza, sull’incrocio verso Gazzolo.
Per decenni a Lumezzane era circolato un aneddoto sul dazio che il tempo aveva sbiadito e che ora, le pretenziose imposte «trum…pline» hanno riportato in auge. Protagonisti Gioanì (dal cognome più diffuso in valle) e suo cugino (alla lunga) Comèle. Gioanì aveva acquistato (si fa per dire) alcune damigiane di vino in quel di Zanano e poiché il cugino Comèle possedeva un piccolo autocarro, si era rivolto a lui per il trasporto. Caricate le damigiane, i due risalivano la valle. Quando furono in prossimità del casello daziario, Comèle fu categorico: «Gioanì, io non voglio grane coi dazieri, quindi al casello ci fermiamo e vai a pagare il dazio». Gioanì, senza scomporsi: «Pagare il dazio? Ma se non voglio pagare nemmeno il vino!».
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