Da Pietro a Otello

Nel 1953, nella zona della Valdarno, fu rinvenuto un rarissimo scheletro intero di elefante mediterraneo (un animale preistorico parente del mammuth). L’estrazione suscitò vasta eco e grande attenzione, quasi quanto la successiva contesa dell’esemplare tra il Museo Paleontologico di Montevarchi e il Museo di Scienza Naturale di Firenze, dove ora è esposto.
L’elefante, che venne chiamato Pietro, era stato trovato durante i lavori di preparazione di una vigna. Tutta la comunità si era interessata a quella scoperta, incluso un bambino che si chiamava Bruno e che non si era perso nemmeno un giorno del monumentale scavo. Passano sessantatré anni e, nel 2016, Bruno è ormai un signore maturo che continua a fare escursioni in montagna.
È in giro con il suo amico Franco e nota a terra qualcosa che attira la sua curiosità. Potrebbe essere una di quelle rocce piatte che ogni tanto affiorano in montagna o magari la robusta radice decorticata di un grosso albero. Nella memoria gli si accende però un ricordo. Sposta un po’ di terra attorno e torna bambino, quando faceva di tutto per essere in prima fila durante lo scavo per «l’elefante». Prende nota del posto e, tramite un amico geologo, riesce a segnalare la scoperta all’Università di Padova, che diventa tramite per l’Università di Firenze, la quale rimette la questione alla Soprintendenza.
È attraverso questa catena che la questione viene messa nelle mani naturalmente vocate del Museo Paleontologico di Montevarchi (un piccolo gioiello fondato nel 1829). Bruno, infatti, ha visto giusto: quella in cui stava per inciampare era un’enorme zanna attaccata a un cranio integro di elefante mediterraneo. La direttrice del museo, la dott.ssa Elena Franchino, coglie l’importanza del rinvenimento in tutta la sua importanza scientifica e in tutto il rilievo che può avere per il territorio.
L’iter prevede lo scavo, il restauro e quindi la musealizzazione e ciascuno di questi passaggi è complesso dal punto di vista organizzativo e soprattutto oneroso. Dove si possono recuperare fondi a sufficienza? È in questo momento che l’entusiasmo di Bruno e Franco si unisce alla determinazione della direttrice. Iniziano a creare punti di informazione sul territorio: raccontano la storia dell’elefante e del suo ritrovamento nelle piazze, nelle scuole, ovunque qualcuno sia disposto ad ascoltare. Il territorio si attiva.
L’estrazione è complessa, ma si trovano l’impresa e gli esperti che la portano a buon fine. Uno sponsor mette a disposizione un capannone per il restauro, che viene aperto al pubblico a fronte di un modesto obolo d’ingresso. Il costo del biglietto copre parzialmente i costi, che per il resto sono pagati grazie alle offerte della popolazione di Montevarchi e dei dintorni. La musealizzazione avviene nel 2019. Si tratta ora di scegliere il nome per il «nuovo» elefante. Per votazione si decide che venga chiamato «Otello», come Otello Pasquini, paleontofilo autodidatta per tutta la vita grande collaboratore del Museo. A volte capita che dietro un pezzo da museo ci siano un sacco di pezzi di cuore. Se passate in zona, andate a dare un’occhiata a Otello, ne vale la pena.
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