Quando leggi che un gruppo di giovanissimi a Taranto uccide senza motivo un bracciante di colore e ti dicono che è per razzismo, ti chiedi se è questo che scatena la violenza o ci sia dell’altro.
Non ho dubbi che l’odio razziale stia aumentando ma ho l’impressione che sia alimentato da un contenitore sociale fatto di povertà educativa che mette in circolo più indifferenza che compassione. E lo si rileva in modo particolare in questo nostro tempo di genocidio e devastazione diffusa che impregna di intolleranza crescente e di violenza, la quotidianità giovanile.
Quella degli adolescenti di oggi non è la cattiveria del branco ma sicuramente trova radici nella mancanza di educazione all’empatia, nell’assenza di strumenti di autocontrollo e di gestione dei sentimenti.
La dinamica degli eventi che incontriamo in questa tragedia come anche in altre, allora è molto più complessa perché sembra intrisa di crudeltà che è piacere del male, alle volte sadismo vero e proprio, cioè compiacimento nel vedere gli altri soffrire.
A Taranto non c’era solo la brutalità che ha portato un gruppetto di giovani e giovanissimi ad accerchiare e aggredire senza una vera ragione la vittima designata. Nemmeno è stata la fragilità di Bakari Sako o la sua incapacità di proteggersi a far crescere la violenza mortifera dei bulli.
È scesa in campo la crudeltà che il lato oscuro del male che prende forma di divertimento, la cui condivisione col gruppo diventa potere assoluto. Più o meno lo stesso di quello presente in «Arancia meccanica» di Stanley Kubrick dove la violenza è gioco senza colpa, godimento malevolo privo di responsabilità.
Si tratta purtroppo di una realtà frequente ai nostri giorni che fa sentire le offese bulle un gioco divertente quando invece è quella mancanza di limiti che impedisce all’aggressore di rendersi conto del male che arreca e rende incapaci di trasformare gli impulsi distruttivi in condivisione vera.
E poi quei coltelli che adesso luccicano subito tra le mani degli adolescenti e uccidono senza alcuna motivazione, sembrano il segnale di un’impunità spavalda che si aggira, ma anche dell’adultità mancante nelle loro vite e della solitudine da sconfiggere col gruppo quasi alla ricerca di essere sentiti o almeno visti da un fugace sguardo genitoriale.
Non voglio giustificare la violenza, ma la crudeltà circolante che è rabbia compiaciuta e perversa, si aggiunge come a testimonianza di una ferita aperta da cui, secondo l’etimologia latina (cruor), fuoriesce il sangue di un’antica sofferenza.
Il vuoto di partecipazione emotiva, tuttavia, non appartiene solo all’aggressore ma anche chi assiste e non interviene, osserva e tace. Oppure crede, come è avvenuto in questa orribile vicenda, che l’aggredito morente stia fingendo e non abbia bisogno di aiuto.
È la crudeltà, un piacere sadico tutto infantile, quella che si sviluppa in assenza di adulti normativi in grado di dare confini e regole, a rendere incapaci di fermare la rabbia e mantenere il rispetto altrui.




